Nadal, Solone e l’importanza dello sport

2012 Australian Open Previews

Toni Nadal si ispira a Solone. Pare strano – agli appassionati di storia non tantissimo, in fondo –  ma per forgiare il carattere di Rafa zio Toni si è ispirato ad un legislatore ateniese di oltre 2500 anni fa. Del resto, quando si vuole parlare (con un filino di ironia, sorry Toni) di un presunto espertissimo, di un luminare, di un conoscitore approfondito della materia, non si dice proprio così: “è un Solone”?

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Comunque sia, il succo dell’insegnamento mutuato dall’anziano maestro è che senza applicazione, ordine, volontà, sacrificio, nemmeno il genio basta ad arrivare alla vittoria. Una massima austera ma sicuramente condivisibile da chiunque pratichi uno sport, attività che peraltro ha rilevanze economiche, sociali, educative che spesso trascuriamo. Durante il convegno su «Sport, Lavoro e Responsabilità» che martedì si è tenuto allo Stadio Olimpico di Roma con il patrocinio della Bnl e al quale hanno partecipato anche il Presidente del Coni Giovanni Malagò, lo stesso Toni Nadal, Luigi Abete e Fabio Gallia, presidente e amministratore delegato di Bnl, ad esempio sono state fatte cifre molto interessanti sullo sport in Italia.Un settore che nel 2011 ha generato un giro di affari di 25 miliardi – pari all’1,6 % del famoso Pil nazionale -, con un totale di 22 miliardi per spese sportive da parte delle famiglie italiane, ovvero il 2,3 % del totale dei consumi – equivalente, per capirci, a quello impegnato per telefonia, giornali e media in generale.

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Eppure, a fronte di numeri così importanti, l’Italia segna il passo in altri indicatori importanti. Ad esempio il numero di sedentari assoluti (chi non pratica nessuna attività fisica), pari a 22 milioni di persone: il 38,3 % della popolazione, una percentuale molto elevata rispetto ai principali Paesi europei – la Germania è al 49% – anche se aumentata dell’1,1 dal 2008 ad oggi (nonostante la recessione). E poi la spesa pubblica per lo sport: mentre Germania, Francia e Gran Bretagna investono tra il 3 e il 5 % del Pil, l’Italia si ferma al 2%. Percentuali su cui interrogarsi.

Sempre nel settore pubblico a credere di più nell’attività sportiva in Italia sono i comuni (54% della spesa totale), seguiti dallo Stato (27%), dalle regioni (11%) e dalle Province (8%), e le regioni più attive in questa forma di promozione/investimento sono Trentino Alto Adige, Valle d’Aosta e Friuli Venezia Giulia. Si potrebbe obiettare che la crisi economica ha colpito pesantamente anche questo settore, ma come giustificazione non serve. Uno studio della società di consulenza  americana A.T.Kearney («The sports market») ci spiega infatti che il fatturato dell’industria sportiva cresce a ritmo più sostenuto di quello del Pil in molti Paesi.

Tra il 2000 e il 2009 i ricavi di questo settore sono stati 3,8 volte quelli del Pil nel Regno Unito, 3,5 volte in Francia e in Germania, 1,9 volte negli Usa, 1,7 in Brasile, 1,6 in Cina e 2,1 in India, mentre in Russia si arriva ad un incredibile dato dell’8,2. A livello globale il business dello sport, sempre secondo A.T.Kearney, vale una cifra compresa fra i 350 e i 450 miliardi di euro, 45 miliardi se ci si riferisce solo agli eventi escludendo le altri voci (infrastrutture, diritti, tv, articoli sportivi, indotto, ecc). Al primo posto ovviamente c’è il calcio (19, 5 miliardi), seguito da football Usa, baseball, Formula 1 e basket. Il tennis? È settimo, con una quota del 4%. Non serve un Solone – Toni Nadal ci perdonerà –  per capire che investire sullo sport, in Italia e nel mondo, conviene.

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Comments

  1. Guarda caso Le 3 regioni più attive sono tutte e 3 regioni a statuto speciale. Meditate…

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