Kirwan, voglia d’Italia

A portrait of John Kirwan the former New Zealand wing and present Italian national rugby union coach

John Kirwan è tornato a casa, nella sua Auckland, eppure quando parla dell’Italia e degli italiani usa la prima persona: «se vogliamo crescere», «se vogliamo migliorare». I decenni passati da queste parti, a Treviso da giocatore e da marito di una trevigiana, a Roma e in giro per la Penisola da ct, gli si sono incollati attorno al cuore e ai pensieri e non si staccano facilmente. Così discutere di lui dell’Italia del rugby e del rugby in generale è un po’ come parlare con uno dei «nostri». Un TuttoAzzurro e un TuttoNero insieme, ammesso che insiemi e frazioni possano essere creative, comunque un grande uomo di rugby che da quando ha lasciato la panchina dell’Italia ha toccato con mano realtà diverse, se vogliamo opposte, come quelle della nazionale giapponese e dei “Blues”. E che dal suo osservatorio neozelandese ha bene in vista il nostro piccolo cortile e gli orizzonti ovali più allargati (L’intervista appare sul numero ora in edicola di AllRugby)

John, che Italia hai visto nell’ultimo Sei Nazioni?

«Ho visto un’Italia in grande crescita. Di Brunel mi è piaciuto il fatto che ha abbia portato un gioco propositivo. E dei giocatori che si siano dimostrati pronti ad accoglierlo. Brunel ha trovato il giusto equlibrio fra giocare la palla e mettere pressione all’avversario, non ha “mollato” i nostri punti di forza, la mischia, l’aggressività sui punti di incontro. Mi è piaciuta la maturità della squadra. Per Jacques portare avanti questo stile di gioco è la sfida che conta».

Uno stile che piace anche agli appassionati di rugby…

«Per me la cosa importante, lo ripeto, è l’equilibrio. Brunel l’ha trovato, e alla gente è piaciuto questo: propositività, senza esagerare. A rugby non si può più vincere con un gioco passivo. Devi fare le tue mete, costruire la pressione attraverso la difesa. Anche i giovani che stanno entrando nel giro della nazionale lo capiscono. Vincere, come perdere, è un’abitudine. Anche lo stile di gioco lo è, la sfida di Brunel è proprio creare questa abitudine anche nei giovani».

E’ stato un Sei Nazioni decisamente imprevedibile. Ti è piaciuto?

«Il Sei nazioni è sempre in crescita. Il bello del Torneo è proprio che settimana dopo settimana non capisci mai come va a finire. Io alla vigilia di Galles-Inghilterra ad esempio ero convinto che l’Inghilterra vincesse, invece al Galles è riuscita una impresa fantastica. Anche con l’Italia non si può più scherzare: ha vinto bene, e poteva battere anche l’Inghilterra. E’ stato il miglior Sei Nazioni in tanti anni».

Come ti trovi sulla panchina dei Blues?

«Benissimo, sono contentissimo. E’ il ruolo dei miei sogni, ho lavorato tanto per arrivare qui. E’ un impegno evidentemente diverso da quello che svolgevo con le nazionali. Hai un giorno solo libero alla settimana, non puoi mai mollare perché recuperare è difficile. Le giornate sono lunghe: mi alzo alle 5 o alle 6, alle 7 sono già al lavoro. Il lunedì, martedì e mercoledì è così, giovedì un po’ meno, anche se inizi già a preparare già la partita della settimana dopo. E’ bello però avere a disposizione gli atleti ogni giorno, vedere i miglioramenti, cosa che non puoi fare a livello internazionale».

Tu hai allenato il Giappone, dove nel 2019 si terranno i Mondiali: un occasione per il rugby di allargare davvero le sue frontiere?

«Il rugby come sport professionistico è molto giovane. Il calcio è professionista da quando? Da sempre. Noi lo siamo da venti anni. Il rugby è in crescita, l’Italia ne è l’esempio. Nel 2019 l’importante sarà concentrarsi su mondo nuovo, come è stato per il calcio negli Usa nel 1994. Il mondiale giapponese dovrà servire a scoprire nuovi Paesi. Il seven, del resto, sta aiutando molto la gente a conoscere il rugby».

E’ il rugby olimpico. Ma è anche un altro rugby…

«Sì, dobbiamo essere pronti a capire che sono due sport diversi. Bisogna sfruttare entrambi. L’Asia diventerà il continente del rugby a 7, perché è più adatto alle loro corde, ma dobbiamo portare lì anche il rugby 15. E’ la sfida dell’Irb».

Ultimamente in Francia si parla molto di doping nel rugby: un problema vero?

«No, non è mai stato. Ci sono stati dei casi, nemmeno il rugby non è pulitissimo, ma non è un problema serio. Non credo che i giocatori vogliamo imbrogliare; si tratta più più di ignoranza che altro. Nel Super 15 la Wada ci controlla costantemente, e mi fa piacere. Quest’anno ci sono già stati cinque test a sorpresa, su 13 giocatori alla volta».

Nel 2023 i Mondiali potrebbero finalmente approdare in Italia: giusto?

«Lo spero bene. Come tutti i grandissimi eventi però anche i Mondiali di rugby hanno bisogno di stadi all’altezza. L’unico nuovo in Italia è lo Juventus stadium, gli altri sono belli, ma vecchi. Sarebbe l’occasione giusta».

Già che siamo in Italia: il neo-presidente Alfredo Gavazzi ha spiegato di avere un sogno: due franchigie di Celtic a Roma e Milano. Come la vedi?

«Io mi sento trevigiano. Per me bisogna andare dove il lavoro è fatto bene, e i trevigiani hanno sempre fatto bene il loro lavoro. Negli ultimi anni la Benetton è sempre stata al vertice della rugby italiano, e anche adesso stanno arrivando buoni risultati. Lasciamo una franchigia a Treviso. Se poi vogliamo costruire altre a Milano e a Roma, mi fa piacere. Ma bisogna dimostrare di poterlo fare. Ponendosi domande concrete: ci sono i giocatori? C’è lo stadio? C’è la capacità di gestire una squadra professionistica? La Benetton sta gestendo una squadra sia in Heineken sia in Celtic, magari non proprio con i risultati che tutti vorremmo, ma con buoni risultati. Le Zebre invece come stanno andando? Ecco. Perché allora parliamo di altre franchigie quando una delle nostre squadre che non sta facendo quello che deve fare? Questa non è una critica, ma la realtà del rugby professionistico. Servono 30 giocatori in grado di giocare ad alto livello ogni settimana, e una società e un allenatore della stessa qualità. Nel Super 15 se sbagli un 5 per cento, perdi. Figuriamoci se sbagli il 50 per cento. Nella Serie A di calcio è la stessa cosa».

Milano e Roma incarnano il sogno di grandi palcoscenici.

«Giocare  a Milano e Roma è una bellissima idea. Ma mi chiedo: chi paga, e dove sono i giocatori? E in quali stadi giochiamo? Non possiamo portare 2000 persone a San Siro. Se vogliamo chiudere e Zebre e aprire una franchigia a Milano o Roma, benissimo, ma siamo in grado di farlo? Solo portare la squadra da Parma a Milano probabilmente aumenterebbe di quattro volte i costi. A meno che Berlusconi non abbia ancora dei soldi da investire nel rugby… Intendiamoci: è un progetto che va portato avanti, il mio sogno sono quattro o cinque franchigie. Ma richiede tempo. Bisogna costruire dirigenza, allenatori, giocatori. Il vero problema oggi in Italia è cosa fare dell’80 per cento dei rugbisti che non gioca più dopo i 18 anni». +

C’è il progetto di reclutare giovanissimi talenti nel Pacifico: è una strada che ti convince?

«Da neozelandese, sono aperto a qualsiasi idea. Per me è interessante trovare il giusto mix. La cosa importante, lo ripeto, è l’insegnamento ai giovani italiani. Convincere il 50 per cento degli over 18 a continuare a giocare, migliorando il campionato di serie A, in modo da mostrare a tutti che esiste un percorso che può portare alla Celtic League e al professionismo, sarebbe una bella cosa. E prendere gli stranieri “giusti” che possano giocare per l’Italia, non è mai sbagliato».

Parli con molta passione dell’Italia: ci torneresti ad allenare?

«Io non dico mai di no. Amo l’Italia, mi affascina sempre, e non dimentico che è il Paese che mi ha dato la possibilità di allenare ad alto livello nel Sei Nazioni, una bellissima esperienza. Al momento il mio percorso mi ha portato qui, dove devo dare il 100 per cento di me stesso. Però l’Italia è sempre nel mio cuore».

Forse sulla panchina dell’Italia sei arrivato troppo presto: non eri pronto tu, non era pronta l’Italia…

«Non sono d’accordo. Per me è stata una esperienza bellissima. Ero pronto, avevo le mie idee. I giocatori erano pronti. Allora tutti aspettavano le franchigie, volevano restare in Italia, ma sono problemi che un allenatore deve affrontare. Il mio problema era impostare uno stile di gioco con giocatori come Parisse, Lo Cicero, Castrogiovanni, Bortolami  che avevano capito che il rugby stava cambiando e che anche il rugby italiano doveva cambiare. C’era magari una parte della dirigenza che non era d’accordo, ma questo è normale, capita ovunque. Ma specialmente in Italia dove nello sport c’è sempre molta politica».

L’anno prossimo ci toccheranno tre partite in trasferte, il calendario è tutto in salita. Sarà l’inverno del nostro disincanto?

«La prima cosa che dovete fare, specialmente voi giornalisti, è non accettare più questa ottica. Non bisogna parlare di partite in casa o fuori casa, i giocatori devono prepararsi ogni settimana per vincere, punto. Se ti crei una scusa, non va bene. Dobbiamo vincere il prossimo anno, in casa e fuori casa. Se vuoi vincere il Sei Nazioni, del resto, non c’e altra strada».

Il tuo mantra era proprio questo: vinceremo il Sei Nazioni. Brunel in fondo oggi dice una cosa non tanto diversa. Allora, quando vinceremo davvero il Sei Nazioni?

«Lo potevamo vincere già quest’anno. Quante vittorie servono? Tre. Il bello del Super 15 in questo momento, fra l’altro, è proprio che tutti vincono e perdono. Se vinci tre partite nel Sei Nazioni, puoi farcela. Il Galles ne ha vinte quattro. Noi? Due. Non manca tanto. E le partite quest’anno le ha vinte l’Italia, non sono state le altre che hanno perso».

Però ci manca sempre un’apertura. Orquera ha fatto un buon Torneo, ma non è più giovanissimo. Soluzioni?

«Ti rispondo che io ho convocato Orquera 10 anni fa. Un’apertura non nasce già fatta, va costruita. Daniel Carter ha giocato per due anni a fianco di Mehrtens, imparando: all’inizio non era il Dan Carter che conosciamo oggi. Non bastano una o due partite a livello internazionale per fare un numero 10. Quanti raduni specifici per le aperture sono state fatti in Italia?».

Proprio Mehrtens nei progetto di Gavazzi dovrebbe diventare il responsabile delle aperture della nazionale. Giusto?

«Benissimo. Lui è bravissimo, l’importante è trovare la persona giusta e dargli fiducia. Ai miei tempi si andava a giocare in Romania e Giappone, senza pressione, e lì si costruivano le squadre. Oggi l’Italia nei test deve confrontarsi con Australia, Nuova Zelanda, Sud Africa, e contro di loro schiera sempre la prima squadra: sbagliato. I tour vanno usati anche per costruire una squadra. Servono raduni specifici: venti aperture, per poi sceglierne 4 o 5 da portare avanti, costruendoli tecnicamente, dando loro dei compiti ben precisi. Perché diamo sempre la colpa ai giocatori, se non riusciamo a produrre un numero 10? A Udine ho visto un 14enne interessante, un altro promettente sta a Padova. Si tratta di insegnare a questi ragazzi a calciare, di mandarli a scuola in Nuova Zelanda. Le aperture non crescono per miracolo, come la frutta: dovete costruirli».

Ti piacciono i giovani, soprattutto i tre-.quarti, che hai visto in nazionale quest’anno?

«Sì, ma servono competenze più alte. Loro vanno bene, ma non ho ancora visto la persona in grado di fare la differenza, l’O’Driscoll della situazione. E’ quello che dobbiamo cercare».

A proposito di fuoriclasse: Parisse conta ancora tantissimo per l’Italia, ce ne accorgiamo quando manca…

«Esatto: ne serve un altro così, ma fra i tre-quarti. Anzi, ne servono tre o quattro così…».

Cambieresti qualcosa nel rugby di adesso?

«No, la vera sfida è non cambiare più. Basta, le regole vanno bene così».

Un po’ di veleno nella coda: dopo ti te venne Berbizier, dopo Mallet è arrivato Brunel: è vero che agli italiani serve una guida latina?

«Questa è una cagata enorme. E’ una scusa. Serve l’uomo giusto per i giocatori, che porti uno stile di gioco. Voi dovete pensare, noi tutti dobbiamo pensare che il rugby ormai è uno sport globale. Come è andato quest’anno Saint-André fra i latini? Ecco. Non è un discorso di da dove vieni, ma di quanto bravo sei».

Prima o poi avremo un ct italiano, in Italia?

«Questo è importantissimo. Costruire un tecnico italiano, come Graham Henry sta facendo con me. Ecco un lavoro che mi piacerebbe fare. E un buon motivo per tornare un domani in Italia».

 

 

 

 

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