Bertolucci: «sulle tribune di Salsomaggiore, in cerca del nuovo Federer»

bertolucci

Quest’anno il torneo internazionale di Salsomaggiore vivrà la sua trentesima edizione, tre decenni volati via che quasi non te ne rendi conto, ma che hanno lasciato un patrimonio ricchissimo di conoscenze, legami, amicizie profonde. Come quella con Paolo Bertolucci. (Articolo tratto dal programma ufficiale del torneo internazionale under 18)

«A Salsomaggiore sono venuto la prima volta portando al torneo degli under 16 e under 18, quando lavoravo per la federazione. Se mi ricordo bene erano gli anni fra l’85 e il ‘90, il periodo di Andrea Gaudenzi, Renzo Furlan, poco prima Camporese e Nergiso. L’amicizia con Luigi, Tino e tutti gli altri è nata perché non puoi non affezionarti a chi al tennis dà così tanto, con infinita passione, organizzando ogni anno un torneo di altissimo livello, affrontando sacrifici enormi».

Paolo prima che ancora che un giocatore di assoluto livello – sei titoli nel circuito Atp, fra cui Amburgo, tre quarti di finale a Parigi, e il numero 12 del ranking mondiale raggiunto nel 1973 –, un tecnico sopraffino, una voce televisiva competente e di grande simpatia, è un autentico appassionato di tennis. Un degustatore, un gourmet; uno di quelli, fra l’altro, che i talenti sanno riconoscerli da giovani, ancora acerbi, intuendone subito le potenzialità.

«Diciamo che quelli buoni-buoni, dopo cinque minuti li riconosci subito – spiega con il suo solito sorridente understatement – e capisci anche in fretta quando uno è veramente scarso. Ti fregano quelli “medi”. Per capirci: David Ferrer a livello under 16 non l’ho mai visto, ma probabilmente non mi avrebbe entusiasmato. Su Djokovic, Nadal, Murray, come prima su Becker o Borg, non puoi sbagliarti. Poi ci sono quelli che t’illudono, che non hanno le capacità fisiche per eccellere fra i professionisti, o che si siedono sugli allori, come Gulbis, e non arrivano dove potrebbero».

Da profondo conoscitore del tennis – e dello sport in generale – Paolo non ha mai avuto dubbi sul valore formativo dei tornei giovanili, sulla loro importanza. Anche in tempi nei quali l’importante sembrava essere bruciare le tappe, inseguire il risultato per il risultato, con l’angoscia di arrivare subito, in fretta, a qualsiasi costo, correndo il rischio di bruciarsi con altrettanta rapidità.

«Il circuito giovanile è importantissimo – conferma Bertolucci – ma i genitori non devono pretendere il risultato immediato, devono saper fare un passo indietro, lasciare lavorare in pace il coach e il ragazzo: a quattordici anni non si va all’Università. L’importante fino ai quattordici, sedici anni non è puntare alla vittoria, ma impostare un piano quinquennale, per poi tirare le somme attorno ai diciannove anni. Purtroppo molti già alla “Lambertenghi” cercando solo il risultato. Intendiamoci: se capisci di avere un ragazzo competitivo in questa categoria, ma che da pro non diventerà mai forte – per tanti motivi –  può essere giusto raccattare il massimo da juniores. E’ invece uno sbaglio pazzesco se ti rendi conto di avere fra le mani un talento vero. In quel caso bisogna saper guardare avanti, ragionarea lungo termine. Senza paura del lavoro e del sacrificio».

Come accadeva un tempo, quando da juniores lo sport era soprattutto un gioco, e lo stress da prestazione una malattia rara, se non sconosciuta.

«Del periodo in cui ho giocato i tornei giovanili ho ricordi meravigliosi», sorride Paolo. «Era però davvero un altro mondo. Su di noi non gravavano le aspettative che devono fronteggiare i giovani di oggi. Mio padre, me lo ricordo come fosse ora, mi affidò a Mario Berardinelli dicendo: “se Paolo fa qualcosa che non va bene, lei prenda il telefono, anzi, non serve neppure il telefono, lo metta direttamente su un treno e me lo rispedisca a casa, e io le sarò grato per tutta la vita. Vuol dire che farà il maestro di tennis…”. Io sapevo di essere sempre a rischio-stazione, ma era un gioco, c’era soprattutto la felicità di vivere un’avventura, di scoprire il mondo. Soldi e manager non ne circolavano, e poi i confini del tennis erano ristretti, non si erano ancora affacciate alla ribalta tante realtà che ora sono importanti.  In Marocco, o a Cipro, c’erano forse due campi da tennis, non rischiavi di perderci in Coppa Davis. L’Asia tennisticamente non esisteva. Oggi la concorrenza è enorme. E proprio nei tornei juniores vedi in anticipo l’aria che tira». Russia, est-europeo, sudamerica. Ora la Cina, domani forse l’Africa. A Salsomaggiore e negli altri tornei del circuito giovanile le grandi ondate che oggi dominano a livello professionistico sono arrivate in anticipo. E proprio questi appuntamenti forniscono la cartina al tornasole dello stato del tennis. Con qualche precauzione da osservare per chi li frequenta, secondo l’ex capitano di Davis azzurro: «come in tutti gli sport anche nel tennis si è abbassata l’età. Vincere a livello juniores a 18 anni è relativamente importante, perché molti a quell’età sono già impegnati fra i professionisti, mentre se non vinci a 16 anni significa che difficilmente sei un “purosangue” assoluto. Oggi, esagerando, si può parlare di veri juniores fino a 17 anni, ma forse si dovrebbe scalare di una categoria».

E quella l’età in cui nei tornei si stringono amicizie che possono durare una vita, e trasformarsi a volte in grandi rivalità. O magari  in un amore da copertina. «Be’, se ti chiami Mirka Vavrinec – ride Paolo – e incontri un ragazzino che si chiama Roger Federer, la vita ti cambia davvero… Scherzi a parte, due come Murray e Djokovic si scontravano ed erano molto amici già a livello juniores. Ora si ritrovano al vertice, protagonisti di un’avventura vissuta insieme che attraversa addirittura le finali dei tornei dello Slam. Credo sia bellissimo».

Un consiglio, da appassionato genuino, Paolo lo può dare anche a chi i tornei giovanili se li vuole gustare dalle tribuna, come semplice spettatore. «Il mio suggerimento è di girare molto per i campi. Individuare un giocatore che magari non vince, che si ferma ai quarti, ma che dopo qualche anno vedrai a Wimbledon o al Foro Italico. Il divertimento è fare gli “scout”, i cacciatori di talenti, anche perché poi al circolo resta tutto l’anno per sfottersi, per prendersi in giro o vantarsi: “quello io l’avevo visto”. Con un socio del mio circolo, che quattro anni fa mi aveva sfidato, sostenendo che il brasiliano Bellucci sarebbe diventato in fretta un top-ten, ho una cena ancora in ballo. Ma ho già prenotato il tavolo…».

E magari, da semplice spettatore, ci si può anche far contagiare dalla passione e convincersi a dare una mano a chi tiene in vita l’autentico serbatoio del tennis mondiale. «I tornei giovanili sono un patrimonio inestimabile. Ma non è neanche giusto chiedere sempre di fare gli eroi a dirigenti e organizzatori dilettanti. La federazione dovrebbe dare una mano. Non esistono solo la Coppa Davis e i tornei Atp; se la Fit ne ha le possibilità economiche già far sentire la propria vicinanza è importante. Anche perché di questi tempi trovare un sponsor, non solo per un under 18, ma anche per i tornei Atp, è davvero un’impresa».

Oggi Bartolucci nel suo ruolo di commentatore principe per i microfoni di Sky Sport ha modo di seguire soprattutto i grandi tornei Atp; ma un’occhiata ai giovani più promettenti, da ex-responsabile tecnico del centro di Riano e da curioso di tennis, è sempre pronto a darla.«Ho visto Gianluigi Quinzi in allenamento: ha qualità molto interessanti – spiega – ma bisogna vedere cosa c’è dietro l’apparenza, e se reggerà dal punto di vista fisico e mentale quando aumenteranno anche le sollecitazioni. Io mi auguro di sì, e spero che insieme a lui crescano altri due o tre ragazzi italiani che siano così in grado di spingersi e motivarsi a vicenda, come è accaduto in campo femminile con Pennetta, Schiavone, Errani e Vinci. Il tennis è uno sport internazionale, ma anche essere il primo in Italia, con un numero due che preme alle spalle, a volte aiuta più che confrontarsi con uno svizzero o un tedesco».

A proposito di grande tennis: nel 2013 ci sarà spazio solo per i “Fab Four”, i magnifici quattro Djokovic, Murray, Federer e Nadal, o assisteremo ad un ricambio?

«Quando ad un torneo ci sono quei quattro lì – scuote la testa Paolo – per gli altri vedo solo la possibilità di vittorie occasionali. Forse Tsonga o Berdych possono battere uno dei primi quattro, su determinate superfici. Mi auguro più che altro che sia ancora una lotta a quattro, e non soltanto a due fra Djokovic e Murray. Spero che Nadal riesca a sottarsi agli infortuni e Federer all’età che avanza e ai suo doveri di papà. Rafa, se starà bene, avrà ancora più energia fisica e mentale che in passato, ne sono convinto. Piuttosto pensavo che saltasse la stagione sul cemento per privilegiare la terra; che avesse insomma imparato a gestirsi meglio – invece no. Da commentatore mi va meglio così, da appassionato mi auguro che non sia stato un passo affrettato. Del resto, solo lui sa davvero come si sente, e conoscendolo un po’ sono sicuro che vedersi al numero cinque del ranking lo manda al manicomio. Dietro c’è poco. Giovani rampanti come Raonic, Tomic o Dimitrov per emergere in un torneo dello Slam devono battere almeno tre dei migliori quattro, più un Berdych, uno Tsonga o un Ferrer: non li vedo ancora all’altezza. Consoliamoci pensando che anche dopo il declino di Sampras e Agassi pensavamo non ci fosse granché, e sono arrivati Federer e Nadal. A livello femminile c’è forse da preoccuparsi di più, fra i maschi un ricambio c’è sempre. E poi chissà, proprio seduti sulle tribune di Salsomaggiore scopriremo il Federer del futuro».

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