Nadal, appuntamento a Federer

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«L’ultima partita della mia carriera la giocherei contro Roger Federer». Rafael Nadal guarda i campi, e i campi si srotolano nel sole che scivola giù da Roquebrune e stinge al largo del Beach Plaza. Rafa sa benissimo che quella che giocherà oggi contro Marinko Matosevic, cognome balcanico, passaporto australiano, non è l’ultima, né la penultima. Ma metteteci l’ora che intenerisce il core, i ventisette anni che stanno ormai lì dietro l’angolo, le maledette cartilagini che non la smettono di fare male. Metteteci che oggi inizia il suo decimo Monte-Carlo e il Nino non si sente poi più tanto Nino.

Debutto al Country Club nel 2003, battuto in ottavi da Nandrolino Coria. Un anno di assenza per infortunio, poi in Costa azzurra per lui ci sono state solo braccia alzate, sorrisi, coppe da mordicchiare e riporre nella sua cameretta di Manacor: 44 partite vinte d’un fiato, 8 titoli consecutivi, tre in faccia a Federer, due a Djokovic, roba di cui non ci si capacita. Anzi: non ci si capaciterebbe, se sulla terra Nadal non avesse vinto di fila  anche 4 volte Roland Garros (due volte), 4 Barcellona, 5 Roma.Come lui nessuno mai, né nel Principato né altrove. Il più serial dei winner, anche più della Navratilova e di Federer a Wimbledon, se si parla di centri consecutivi.

«So che un giorno Rafa perderà una partita a Monte-Carlo», dice zio Toni, e pare un Nostradamus uscito dal solarium. Un giorno in fondo vale l’altro, ma per favore che non sia questo, che non sia quest’anno, chiedono i vipponi e i vippetti asseragliati sulla Terrazza, i fan che sono arrivati in bus dal fondo delle campagne, scesi dalle colline, e che si aspettano almeno un altro urrah, un’altra capriola del fenomeno in cambio dei chilometri, dei tornanti e del sandwich portato da casa. La Prova del Nove, campeon. «Non sono io sono favorito», prova a schermirsi il Nino di mezza età (tennistica), esibendo la rotula sdrucita. Ma chi altri, se non lui? Federer non c’è, Ferrer neanche. Djokovic ha deciso solo ieri di giocare lo stesso nonostante la caviglia malmessa, Murray sulla terra non ha quarti di nobiltà. Gli altri contano meno.

Rafa dopo l’infortunio dello scorso anno – sette mesi lontano dai courts – è rientrato a San Paolo, dove è arrivato in finale, poi ha centrato Vina del Mar, Acapulco, e Indian Wells sul cemento. Il ginocchio gli fa male un giorno sì e l’altro anche, ma ormai il dolore è un vecchio amico, di quelli che non ti abbandonano mai. Si tratta di conviverci. Di sprintare ancora sperando che il tendine regga, inseguendo un altro Roland Garros, cercando di togliersi di dosso quel n.5 in classifica che proprio non si può vedere. Monte-Carlo, lungo la strada, può essere il balsamo, o un dubbio in più. Se Nadal perderà sarà una notizia, se vincerà un’altra statistica. Dietro l’orizzonte ci sono altre stanze, altri campi. «Non credo che dopo il tennis mi annoierò – giura – ho intenzione di giocare ancora a lungo, poi sicuramente aprirò una academy a Maiorca. Non so se farò il coach, mi diverte l’idea di insegnare ai bambini. Comunque qualcosa da fare la troverò, non sono il tipo che si mette sul divano a guardare la tv». Intanto con gli occhi si beve i campi, il panorama che accarezza la mente, che mescola passato e futuro e rinfresca l’abitudine a vincere. Prima dell’ultimo valzer contro Federer, prima di progettare l’addio, c’è ancora un tempo da spendere sopra questo mare, dentro questo sole.

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