Monte-Carlo & il tennis, il sogno del Commodoro

Montecarlo

I più felici dell’arrivo del Lawn Tennis a Monte-Carlo, nel 1890, furono i piccioni. Quel gioco molto chic, importato in Costa Azzurra  dai british danarosi che per lunghissime vacanze sbarcavano a Cannes, Nizza, Beaulieu e via serpeggiando negli altri luoghi fatati della costa, trovò infatti il suo primo temporaneo bivacco sui praticelli del Tiro al Piccione, che scendevano in gradoni proprio davanti al Casino, scacciando le doppiette.

A volerlo fu Francois Blanc, il fondatore della Societè des Bains de Mer. Con fiuto da vero businessman, Blanc aveva intuito il potenziale di richiamo turistico del nuovo gioco alla moda, di loisir socializzante di alto livello, e presto la storia gli diede ragione. Il primo torneo, giocato durante la Pasqua del 1896, fu ospitato dall’Hotel de Paris, che già da tre anni aveva approntato strutture più adeguate a quelle improvvisate del tiro. Vinse George Hillyard, guarda caso un inglese, futuro segretario dell’All England Club, ovvero il circolo che nel 1877 aveva inventato Wimbledon. Trentanove iscritti, circa 700 spettatori al giorno, velette, ombrellini, e volatili intenti a schivare le candide palline, decisamente meno pericolose dei proiettili degli aficionados del fucile.

Un anno dopo era già boom: 150 partecipanti, 4600 franchi di montepremi mascherato da doni per non infrangere il tabù del dilettantismo – e il nome di Reggie Doherty, il meno forte dei due fratelli inglesi, a decorare l’albo d’oro. Nel 1905 si decise di trasferire il torneo nel quartiere de La Condamine, ma fu un americano a dargli il suo nido definitivo, ancora oggi il più affascinante del mondo. Nel febbraio del ’28, dopo l’ennesima tappa intermedia a Beausoleil, grazie ai franchi investiti da George Pierce Butler – il Commodoro, l’inventore delle sigarette King Size – fu inaugurato il Monte-Carlo Country Club, disegnato dall’architetto Lestrone sul tracciato delle terrazze che da Roquebrune strapiombano verso il blu vinoso, profondo, del mediterraneo.

 La club-house arroccata in alto e oggi circondata da oscenissimo cemento, poi la terrazza del ristorante affacciata sui campi principali; ventidue court in totale, quinte magnifiche, degne di sovrani. Se per ammirare Suzanne Lenglen nel decennio precedente si era scomodata Sarah Bernhard, se alla stagione rivierasca si erano affacciati Scott Fitzgerald, Kipling, Douglas Faibanks e il maragià di Kapurtala, per il vernissage del torneo si mossero infatti Gustavo V di Svezia, il re tennista, Manuel di Portogallo e Louis II di Monaco. Fra gli anni ’30 e gli ’80, fra il tramonto dell’età del jazz e i primi fragori della società dei consumi, il torneo diventò la culla del jet-set, del tennis elegante e dolcevitesco, del gossip di alto bordo che mescolava partite sudatissime e flirt molto glamour come quello fra Guillermo Vilas e Carolina di Monaco. Gioia di vivere e di giocare, tanto che non a caso proprio a Monte-Carlo naque, ideata da Gloria Butler, la figlia del Commodoro, la serata dei giocatori, da qualche anno risuscitata dopo decenni di limbo. Uno show dove capitava di vedere Nicola Pietrangeli travestito da torero e Manolo Santana da toro, Lea Pericoli da Ginger Rogers, John Newcombe da Marlene Dietrich. E, seduti ai tavoli e molto di buonumore, Frank Sinatra, Bob Hope, Nat King Cole, Danny Kaye o Shirley Temple: gli originali, non i sosia.

Monte-Carlo da sempre è stato anche un torneo molto italiano, con il primo successo del conte Mino Balbi di Robecco addirittura nel ’22, poi i tre trionfi di Nicola Pietrangeli, quello della Lazzarino nel ’54 (il torneo femminile si è giocato dal 1901 all’82), i cinque di Lea Pericoli in doppio, e soprattutto con l’affluire di pubblico nostrano da Piemonte, Liguria, Lombardia, che ancora oggi rende l’appuntamento una sorta di Open d’Italia del nord, a un paio di setimane dagli Internazionali d’Italia veri e propri, quelli del Foro Italico. Gli avventi gemelli del cemento – sia dentro sia attorno al campo – e del tennis business tennis non sono riusciti a velare più di tanto il fascino del torneo, ma ne hanno in parte rosicchiato il valore.

Le forze di Monte-Carlo stanno nello charme e nella tradizione: poco convincenti se accostate ai miliardi che Ion Tiriac ha investito in Madrid. Ma finchè il tennis rimarrà nelle mani degli europei – di Federer, di Nadal, di Djokovic, di Murray – Monte-Carlo, e i suoi piccioni felicemente appollaiati sui tetti del Country Club, correranno pochi rischi di estinzione.

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