Donne che sfidano gli uomini

brittney_griner

Se fossimo il capitano Kirk diremmo che è “the last fronteer”, se fossimo il presidente Roosvelt che è il new neal. Se fossimo dei puristi sosterremmo che è una follia – o un abominio. Visto che siamo uomini di sport proviamo a pensarla come una sfida: prima o poi uomini e donne gareggeranno insieme. Non solo in sport poco fisici, dove il contatto è assente e contano “skills”, abilità più morbide, ma anche in discipline più maschili e contundenti.

Per ora trattatasi di fantasticherie, di boutade più o meno credibili, come quella eruttata da Mark Cubam, il tellurgico presidente dei Dallas Mavericks. «Se Brittney Griner è il miglior centro sulla piazza, al prossimo draft prenderò lei». Ovvero il n.42 delle Baylor Bears, che a 22 anni ha già passato i 3000 punti segnati nel campionato Ncaa (le altre non arrivano neanche a 2000) e le 700 stoppate. Un’atleta devastante, incontenibile, immarcabile. Ma pur sempre una donna.

La trovata di Cuban è soprattutto una strategia di marketing – provate a pensare quanta gente accorrerebbe per vedere sister Brittney marcare in allenamento Dirk Novitski (o viceversa). Una ragazza, per quanto muscolata, per quanto esplosiva, oggi non riuscirebbe certo a disboscare aree affollate di muscoli gonfi come baobab,  a prendere a sportellate colossi del suo stesso ruolo per piazzare un tagliafuori. E probabilmente avrebbe serie difficoltà a maneggiare anche incarichi più soft, da giocatrice di perimetro, da tiratrice mordi e fuggi: perché nel basket bisogna anche saper difendere, oltre che attaccare.

«Io potrei darle una chance, diffidate da chi vive di preconcetti», ha ribadito Cuban, e la (sciagurata? o coraggiosa?) ha risposto «eccomi, io ci sono». Ma il caso della Griner è solo uno dei tanti sintomi, dei tanti segnali che lo sport femminile sta inviando a quello maschile. Pensate alla pole di Danica Patrick nella Nascar, uno sport dove non c’è il contatto ma servono sicuramente attributi resistentissimi (vabbè, magari anche la bella Danica è stata un po’ agevolata, come sostengono le malelingue, ma lei ci ha messo piede e corazon). Alla voglia di Lindsey Vonn di battersi con i maschi dello sci, al desiderio espresso nei giorni scorsi da Katie Walsh di diventare la prima jockey donna a domare il Grand National, o al sogno di Bernie Ecclestone di ingaggiare presto una Schumacher con mascara e rimmel. Non battersi come maschi, ma battersi con i maschi, questo vogliono le avanguardiste dello sport femminile.

Per tagliare finalmente via tutte le polemiche sui guadagni dispari, sulla diversa dignità delle gare femminili, per spegnere una volta per tutte i sorrisini di superiorità dei colleghi maschi. Il fisico umano, maschile e femminile, si sta evolvendo verso un ideale muscolare che sembrava fantascienza qualche decennio fa. Non è poi impossibile immaginare che in un futuro – ancora quanto lontano non si sa – le due fisiologie possano convergere, quasi annullarsi sul piano della prestazione sportiva. Il risultato finale: un super atleta androgino, non più rosa o azzurro, ma indistinguibile, tungstenico, potente, flessibile. Alieno.

Una ipotesi inquietante, ammettiamolo, specie considerando i danni terribili che può creare il doping, e le frontiere affascinanti ma ambigue che aprono le cybertecnologie. Oggi Brittney è probabilmente ancora troppo femmina per collaudare quell’orizzonte. Ma una Brittney 2.0, chissà, fra non molto potrebbe sperare – più o meno vezzosamente – di mettersi al dito l’anello mano femminile che ci sia: quello della Nba.

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