Chi comanda davvero in Formula 1

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Un po’ come quando lo spogliatoio di una squadra si rivolta contro l’allenatore. Gesti e parole in libertà, multe e squalifiche reali o minacciate. Prima le urla. Poi il silenzio. E in mezzo tanti tentativi di spiegazione che convincono poco. O niente.

(In anteprima dal numero del Magazine Italiaracing online a partire da stasera)

A Sepang è andata in scena l’ennesima commedia rusticana fra muretto e abitacolo, uno spettacolo vecchio quanto la Formula 1 e le corse. Il quesito che si ripropone stavolta – a freddo e in vista delle prossime gare – è semplice è brutale: chi comanda davvero in pista?

Il team manager che dà gli ordini o il pilota-star – o anche il pilota satellite, ma di carattere… – che si rifiuta di eseguirli? In Malesia Vettel ha platealmente disubbidito ad un ordine di Chris Horner, e ha poi finito (o finto? c’è proprio da mettere i puntini sulle “i”) di scusarsi con Webber e con tutti i 600 dipendenti della Red Bull. In Ferrari non si è capito bene – ma si è intuito benissimo – come sia andata al momento di decidere se far rientrare o no Alonso dopo il botto al primo giro per la sostituzione del musetto. Ad Alonso premeva non perdere contatto con Vettel e così il muretto – o almeno una parte degli ingegneri – sono stati scavalcati dalla decisione dell’Uomo Fatale.

Alla Mercerdes, una scuderia old-fashioned e forse anche un po’ prussiana, invece ha resisisto la Legge di Ross. Brawn è un orso dall’aria bonaria, ma non ha mai esistato a tirare fuori le unghie quando è necessario, e così Rosberg, anche mugugnando un po’, si è adeguato al Bene Comune.

Fra i puristi che si schierano sempre dalla parte del pilota che bada solo a vincere senza piegarsi alle tattiche, e i pragmatici che premiamo comunque i diktat del team, è difficile intuire una terza via. Anche perché, diciamolo, spesso si tratta di rapporti di forza abbastanza brutali. All Red Bull il tri-campeon Vettel è in una posizione difficilmente attaccabile; alla Ferrari Alonso è la star indiscussa, l’uomo che ha tenuto il timone negli anni di tempesta: facile intuire che la sua parola valga più di quella di un ingegnere di pista, per quanto bravo sia.

Brawn come si è detto sicuramente è uno capace di imporsi, di comandare con il pugno di ferro dentro il guanto di velluto. Alla Ferrari per tanti anni ha potuto esercitare la sua autorità anche perché era parte di una management autorevole, magari cinico, ma vincente. Con Rosberg alla Mercedes fa ancora valere il suo carisma, vedremo però cosa succederà quando a spingere, a scalpitare negli scarichi del compagno sarà Hamilton, uno non molto abituato a prendere ordini.

Alla Ferrari Domenicali si fa apprezzare per le doto diplomatiche e umane. Chi è vicino al team assicura che il team principal della Rossa non si tira indietro quando si tratta di urlare nelle orecchie di qualcuno, ma davanti ad Alonso l’impressione è che abbia poche armi dialettiche, poco potere contrattuale. Stesso dircorso per Chris Horner alla Red Bull. Dopo aver assestato qualche buffetto a Vettel per il capriccio di Sepang, l’americano se ne è infatti uscito con parole che di fatto sono una velata  approvazione al comportamento tenuto in corsa dal tedesco. Un po’ come qui papà che sgridano i figli bulli, ma sotto sotto sono contenti che il rampollo stia nelle schiara di quelli che le danno e non le prendono.

«Multi 21 significa che la macchina 2 deve stare davanti alla numero 1 – ha spiegato, riferendosi alla frase in codice ripetuta da un inferocito Webber a Vettel dopo la gara malese – Multi 12 significa l’inverso. Non è difficile da afferrare, eppure nelle ultime tre gare i nostri piloti non sogno riusciti a capire il messaggio. Penso che aboliremo il codice e ne troveremo un altro». E poi, riferendosi direttamente al comportamento di Sebastian: «non vinci tanto quanto ha fatto lui dimostrandoti sottomesso. Se Fernando Alonso o Lewis Hamilton si fossero trovati in quella posizione, avrebbero fatto lo stesso. E anche Mark Webber. Dunque non parliamone come se il problema riguardasse solo Sebastian…».

Come dire: ci dispiace di essere stati disubbiditi, ma ne siam siamo contenti. Una ipocrisia lampante, che irrita. La Ferrari in passato tante volte ha sfidato l’intelligenza e il buonsenso comune sostenendo posizioni che erano il contrario di ciò che appariva agli occhi di tutti, ma va detto che alla Red Bull non sono da meno – anche se spesso pretendono di sentirsi diversi. I più coerenti, forse gli unici, sono stati per anni Patrick Heand e Frank Williams, i dioscuri della Williams che si sono sempre fatti un vanto di lasciar scannare serenamente i propri piloti in pista – con gli esiti più o meno positivi che tutti ricordano.

Agli antipodi di quella filosofia liberista e libertaria sta Briatore, il padre padrone che ai tempi della Benetton “costrinse” al ritiro Piquet quando prese sotto le sue ali il giovane Schumacher. Uno che ha sempre protetto Alonso, ma di cui tanti altri – Fisichella ad esempio… –  non hanno un ricordo esattamente positivo. E che soprattutto rimarrà segnato in maniera indelebile dell’affaraccio riguardante Nelsinho Piquet, mandato a sbattere contro un guard-rail in spregio non solo ai valori sportivi, ma anche a quelli umani e del buonsenso. Non un esempio da seguire.

Ammettiamolo: quello del team manager non è un mestiere facile. Per esercitarlo servono nervi saldi, sangue freddo, una buone dose di cinismo. Ma soprattutto autorevolezza: cioè la qualità di saper prendere decisioni anche sgradevoli con coraggio e senza nascondersi. Mettendoci la faccia. Senza ipocrisia e senza nascondersi dietro scuse di comodo. Brawn a parte, oggi, in questo senso è difficile mettere la mano sul fuoco per qualcuno, in questo Circus dai mille veleni dove a comandare sono – abbastanza evidentemente e abbastanza scontatamente – i piloti a cinque stelle.

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