Haas, il tennista specializzato in risurrezioni

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Tommy Haas è il dottor Frankestein di se stesso. Nato in Germania, cresciuto in Florida, stile da fenomeno, volto da attore hollywoodiano – ma fisico, vita e carriera piena di cicatrici. Il suo mestiere è il tennis. Il suo hobby, come direbbe 007, è risorgere.

L’ultimo miracolo Haas l’ha messo in scena a Miami, dove alla soglia dei 35 anni (il compleanno è il 3 aprile, happy birthday Tommaso) ha battuto il numero 1 Atp Novak Djokovic e sfiorato la finale, eliminato solo dal n.5 del mondo David Ferrer in tre set in semifinale. Dalla prossima settimana rientrerà nei top-15: mica male per uno che quattordici anni fa è arrivato in semifinale agli Australian Open, che nel 2000 ha vinto l’argento alle Olimpiadi stroncando Federer e che nel 2001, prima che la jella iniziasse a sorridergli, si era arrampicato al numero 2 del ranking mondiale.

«Conosco solo due fra i miei allievi che sono stati capaci di giocare così bene a un’età così avanzata – ha detto un paio di giorni Nick Bollettieri, uno che peraltro sembra appena uscito dal set di “Cocoon” -. Il primo è Andre Agassi, il secondo è Tommy».

E’ vero: il tennis di queste ultime stagioni è diventato un mondo per vecchi (agonisti). I ritmi forsennati, il logorio mentale e la durezza dei match impongono lunghi tirocinii mentali e richiedono un fisico solido, maturo. I giovani rampanti faticano sempre più a scalzare i vecchi maestri. Ma Tommy in realtà sul circuito ha passato molte meno stagioni di quanto racconta il suo passaporto.

Le prime fratture erano arrivate da junior, quando tutti lo davano per sicuro erede di Boris Becker: due caviglie spezzate e ricucite fra 17 e 18 anni. Il primo trauma grave è stato però mentale: nel 2002 i suoi genitori si schiantarono in moto durante una gita sulla Harley-Davidson che era stato proprio Tommy a regalargli, sopravvivendo ma ricavando dalla disavventura ferite fisiche e mentali devastanti. Da luglio a fine anno Haas si dedicò da bravissimo figlio a curarli, quando stava per rientrare nel circuito arrivò il primo di una lunga serie di malanni, un infortunio alla spalla che lo costrinse a un anno di stop, dopo una complicata operazione. L’inizio del calvario. Fuori e dentro il circuito, dentro e fuori dagli ambulatori, dalle sale di rieducazione. In mezzo qualche risultato di valore, qualche lampo – come la semifinale a Wimbledon nel 2009, prima dell’ennesima ricaduta – probabilmente non sufficiente a consolarlo dei momenti bui.

«La mia carriera è stata tutta un su e giù», ha ammesso a Miami, da tanti anni la sua seconda patria. «Da atleta cerchi sempre di evitare le operazioni, ma io ne ho dovuta affrontare una, poi un’altra ancora e sono rimasto 15 mesi fuori dal circuito. Sono rientrato, cercando di ricostruirmi una classifica, di rimettermi in sesto; e di nuovo sono finito in sala operatoria, prima per la spalla, poi per l’anca. Frustrante, no?».

Nel 2010 Haas era risalito al n.17, nel 2011 prima del Roland Garros era finito addirittura fuori dal ranking mondiale. Era riapparso a quota 896 ad Halle, in Germania, da lì è cominciata la risalita. L’anno scorso di questi tempi navigava attorno al n.150, ma sempre ad Halle, sull’erba, era riuscito a rivincere un torneo battendo in finale un tipo neanche male, un certo Roger Federer. Adesso, da ex esodato della sfiga, punta a rientrare nei top-10.

E’ sposato con una attrice bella come lui, Sara Foster, che nel 2010 gli ha regalato una figlia, Valentina. «Non guardo avanti e non guardo indietro – ha detto in Florida dopo le semifinali – il mio prossimo torneo è Houston. Ovviamente qualche obiettvo me lo pongo, vorrei fare bene sull’erba e quindi agli Us Open, poi in Asia per la stagione indoor, e infine per il giorno del ringraziamento e per Natale: quella è il periodo dell’anno giusto per essere un buon padre e un buon marito. Sono ancora un tennista, e alla fine è questo che mi rende orgoglioso, perché ho dimostrato di potercela fare. Sono tornato tante volte, ma sono ancora in grado di giocarmela con i migliori. Spero solo di restare in salute e di continuare così anche nel 2014». Come direbbe il dottor Frankestein davanti alla sua magnifica creatura: «Si – può – fare».

A patto di essere tosto come Tommy, s’intende.

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