Serena e Maria fra campo e mercato

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La Volpe contro la Pantera, la bianca (meglio: la pallida) contro la nera, la businesswomen contro l’attrice, la snella contro la tracimante. La russa contro l’americana, e soprattutto la numero 2 contro la numero 1.

Maria Sharapova e Serena Williams si incontrano stasera in finale a Miami e sarà la quattordicesima replica in dieci anni di rivalità perfetta, ma squilibrata. Lo scalino – alto – riguarda la questione tecnica: da quando ha iniziato a tagliare la strada a Serena, proprio a Miami, nel 2004, Maria è riuscita a vincere solo due volte. E proprio quell’anno, prima in una storica finale di Wimbledon che da prodigiosa 17enne strappò alla già famosissima rivale, poi a Los Angeles. In campo, dopo, non c’è stata più partita. Un monologo lungo dieci stagioni della più giovane delle Williams, che nelle ultime cinque sfide non hai perso un set contro Masha, gelandola anche con un umiliante  6-0 6-1 nella finale olimpica. Ma fuori dal campo, gente, che guerra.

Fateci caso: su dieci volte che il tennis femminile si è affacciato in copertina, nove volte il merito è stato loro, delle Federer e Nadal in gonnella. Di Serena, capace di inventarsi tre o quattro carriere extratennistiche, da attrice a stilista («mi definirei prima una donna, poi una modella, e solo in terzo luogo una tennista»). E di Maria, che ha compiuto la profezia del suo manager Max Eisenbud («nel giro di pochi anni ‘Maria Sharapova’ diventerà un marchio riconosciuto come Calvin Klein, BMW e Rolex») trasformandosi nella donna atleta più pagata del mondo: 27,9 dollari all’anno secondo Forbes, di cui 22 in sole sponsorizzazioni.

La Williams con 15 slam vinti concorre al titolo (inassegnabile) di miglior tennista della storia, Maria si è fermata a 4 “major” ma è l’incarnazione della diva globalizzata, molto bionda, molto glamour. Simpatica zero, ma invidiata assai. Tutte due sono ricche, per ora non fortunatissime in amore, sicuramente toste. Serena insieme a sister Venus si è estratta dal ghetto feroce di Compton, periferia di L.A., imparando a sparare servizi evitando le pallottole. Maria la profuga è fuggita prima da Nyagan poi da Chernobyl per approdare a Florida e scoprirsi campioncina arrogante in cambio della rinuncia all’affetto di mammà: tigna californiana contro educazione siberiana. La vita le ha messe ai ferri corti, loro hanno vinto. Serena superando un infortunio al piede e un’embolia polmonare potenzialmente letale, Maria recuperandosi dopo un’operazione alla spalla che avrebbe stroncato la carriera a chiunque.

Adesso si stimano – ma amiche, mai. Nel 2012 la Wta lanciò una campagna di marketing un po’ spinta investendo su Maria, e Serena prima di stroncare la rivale in finale malignò: «sono sempre le più sexy che fanno cassetta. Per questo al mondo ci sono tante 12enni che fanno cose che non dovrebbero fare». Quando a Maria chiesero un parere sui successi di famiglia di Venus e Maria, la siberiana rispose: «non me ne potrebbe fregare di meno. Ho cose più importanti di cui occuparmi nella vita». A Miami Serena insegue il sesto titolo, la Sharapova arriva in finale imbattuta da 10 match e 20 set. Se anche stavolta perderà contro la Panterona si consolerà, come al solito, estraendo la carta di credito. «Si chiama shopping-terapia», sostiene Masha. Perché, alla fine, c’è sempre un mercato che ti salva.

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