Dopo Federer, nuove racchette?

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Quando un giorno, fra due anni o dieci, comunque il più tardi possibile, il tennis si troverà defederizzato – cioè privato della sua principale e difficilmente replicabile attrazione – forse tornerà a interrogarsi sul proprio futuro. Inteso non solo come magnifiche sorti e progressive dello sport o del business – o meglio, dello sport-business – ma anche come destino dello spettacolo. Del plaisir des yeux, il piacere degli occhi: di chi guarda.

Decenni di miglioramenti tecnologici e di progressi nella preparazione, decenni di racchette sempre più potenti, leggere, facili da maneggiare, di corde performanti, di diete miracolose e allenamenti superbrillanti, ci hanno portato – ammettiamolo – in un vicolo cieco. Condiviso, sia chiaro, da altri sport. Oggi nel circuito si gioca un tennis straordinariamente fisico, veloce, quasi disumano, che nei suoi esiti migliori sfiora il teatro della crudeltà, lo show sadomaso. La finale degli Australian Open di un paio di anni fa ne è l’esempio più chiaro.

Anche la sofferenza ha un suo fascino, per carità, ma può bastare? Oggi non c’è dubbio che il rovescio bimane sia da preferirsi a quello a una mano sola – lo ha ammesso persino Federer, parlando di quale tecnica consiglierebbe alle sue gemelline. E’ un colpo più efficace e più sicuro, considerando le velocità strappapolsi cui viaggia la pallina, ma anche molto meno bello da vedere rispetto alla variante classica. Ci riflettevo l’altra sera guardando in tv un match fra Roberta Vinci e Carla Suarez Navarro. Che sono ragazze, e non maschioni ipermuscolati; che giocano un tennis a bassa velocità ma ad alto tasso di variazioni e di fantasia. Osservando, ammirato, certe traiettorie di rovescio di Robertina e Carlita mi chiedevo se non fosse il caso, visto che togliere muscoli ai maschi è impossibile, di mettere almeno un po’ a dieta la tecnologia. Come? Riesaminando l’impensabile, ovvero considerando un ritorno ad attrezzi meno estremi, a racchette “più difficili”. Non per tutti, ma per i professionisti.

Per evitare che i virtuosi, i più dotati di tocco e di estro – i Santoro, i Dolgopolov, i Llodra, gli Youzhny, i Gasquet di domani – finiscano definitivamente nel limbo dei tennisti “da esibizione”, buoni per qualche match eccentrico ma impossibilitati a lottare per l’eccellenza, e che noi spettatori ci si debba rassegnare a interminabili sfide a braccio di ferro. Per anni ci siamo detti che una contro-rivoluzione tecnologica era utopia, non senso, impossibilità materiale. Ma oggi che con la crisi è di moda la decrescita, il downshifting, perché non considerare la possibilità di rallentare un po’ la corsa alla “Racchetta Con Cui E’ Impossibile Sbagliare”? In fondo non si tratta di tornare a telai di legno, ma di intervenire su dimensioni, corde e piatti corde, materiali.

Creando un doppio binario: racchette facili per i dilettanti e i semiprofessionisti, più difficili per chi vuole giocare da pro. Le aziende avrebbero di che approntare un doppio catalogo, e impugnando attrezzi che perdonano meno, che richiedono accuratezza e precisione, anche i muscoli dei tennisti tornerebbero a contare un po’ di meno, e ci sarebbe forse più spazio per gesti più equilibrati, più aggraziati, più belli da vedere. Un’idea assurda? Forse. Per ora una modesta proposta. Una piccola provocazione. Pensateci.

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Comments

  1. Sono d’accordo al 100%.

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