In Cina il golf è vicino. E bambino

url-2

In Cina il golf è uno sport giovane e promettente. In tutti i sensi. E’ di questi giorni la notizia che un cinese di dodici – leggasi: dodici – anni si è guadagnato la partecipazione al Volvo China Open che a maggio si giocherà  al Binhai Lake Golf Club. Il fenomenosi chiama Ye Wocheng e viene da Dongguan, 8 milioni e passa di abitanti, una delle “quattro città-tigri del Guandong”. Ye va ancora a scuola, dopo un primo giro a 68 si è un po’ emozionato, poi però ha stretto i dentini e ha finito con un totale di 142 battendo il record di precocità di Guan Tianlang, che l’anno scorso si era qualificato per il Cina Open a 13 anni, diventando il più giovane partecipante a un torneo del circuito pro europeo. Due mosche bianche, sui green gialli? Macchè. L’anno scorso a 14 anni Andy Zhang aveva staccato il biglietto per gli Us Open e la 16enne Jing Yan per i British Open femminili.

Eppure, come in molte cose, anche nel golf  la Cina è solo apparentemente vicina. In realtà si tratta di un gioco di specchi che inganna e dà le vertigini, spiazzando chi tenta di leggere, con lenti occidentali, la logica che guida quell’immenso Paese. Prendete l’impressionante complesso di Mission Hills, sull’isola tropicale di Hainan, dove nel 2011 si è giocata la World Cup. «La risposta cinese alle Hawaii», come è stato definito il resort che una volta definitivamente completato comprenderà ben 22 campi da golf. Un paradiso per i danarosi turisti in arrivo da Ovest, e una sconcertante contraddizione per chiunque non sia addentro alle questioni cinesi, visto che dal 2004 in Cina è ufficialmente vietato costruire campi da golf. Lo ha deciso il Partito Comunista per impedire che i lussuosi progetti delle company strappino acqua e terra all’agricoltura locale, impegnata nel problematico compito di sfamare il 22 per cento della popolazione mondiale con meno dell’8 per cento del totale di terre arabili. L’ex presidente Hu Jintao ha tracciato il solco e formalmente lo ha difeso, arrivando a ordinare di distruggere nel 2010 con i bulldozer i campi dell’Anij King Valley Country Club, 220 chilometri a sudovest di Shanghai, ma le amministrazioni locali la pensano diversamente. Prima del 2004 i campi stimati erano 176, oggi sono circa 600 – neppure i cinesi sanno il numero esatto, per tentare di contarli usano i rilievi satellitari – ma in teoria appena 10 o 12 hanno le autorizzazioni in regola.

Il resto è il prodotto di un boom formalmente illegale sviluppatosi negli ultimi 6-7 anni, che non è facile quantificare ma che ha strappato un commento significativo ad un esperto americano in visita all’impero celeste: «sembra di essere in America al tempo della corsa all’oro». La corsa al green, secondo alcune stime riportate da Bloomberg in uno studio del 2010, avrebbe già condotto 3 milioni di ricchi cinesi verso lo sport di Tiger Woods – ma per altri osservatori sarebbero appena 300 mila… -, tutti disposti a spendere cifre astronomiche per la realtà di Pechino e lontanissimi dintorni: 50 mila dollari di quota associativa annuale, 150 per un weekend passato fra buche e bastoni. Un business potenzialmente enorme, quando si considera che la popolazione del Paese ha ormai sfondato il muro dei 1,3 miliardi. Se è difficile pensare che il golf, ai tempi di Mao tempo odiatissimo sport borghese, in Cina potrà mai diventare un fenomeno di massa, è anche realistico pensare che l’ingresso alle Olimpiadi (dal 2016), come è successo per il tennis, porterà interesse e investimenti: i successi accelerati dei baby golfisti ne sono probabilmente la prima prova.

Così mentre Pechino tira da una parte vietando, i politici locali dall’altra spingono la costruzione di nuovi (illegali) course costringendo i contadini a sloggiare. Le salatissime multe? Vengono considerate pragmaticamente una tassa. Chi, come il giornalista specializzato Dan Washburn ha visitato i campi dopo la visita delle ruspe ha notato che i green in realtà sono stati salvati, e vengono amorosamente curati e irrigati. «Tranquilli, qui non torneranno le coltivazioni», sussurrano i politici locali agli investitori. Del resto anche il complesso di Hainan, creato come quello di Shenzen da Ken Chu, vice presidente del Mission Hills Group e figlio del miliardario David Chu, pochi anni fa era un’area segreta chiamata “Progetto 791”. Nella Cina senza diritti certi che punta a dominare economicamente il mondo, anche un semplice giro di golf può diventare un labirinto.

 

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: