Bortolami: «Nel rugby l’Inghilterra resta lontana anni luce»

Bortolami e Wilkinson

E adesso resta l’ultimo tabu: l’Inghilterra. I Bianchi sono l’unica squadra del Sei Nazioni che l’Italia non è mai riuscita a battere, anche se l’anno scorso, sulla pelouse innevata e straniante dell’Olimpico, arrivammo a un passo dall’impresa e quest’anno a Twickenham li abbiamo fatti preoccupare. Marco Bortolami gli inglesi li conosce benissimo, ha giocato nove volte contro di loro con la maglia azzurra: la prima nel 2002, 45-9 a Roma, l’ultima sempre a Roma l’anno scorso con quel famoso 15-19. Ma ha giocato, e a lungo, anche insieme a loro, come capitano del Gloucester. E’ quindi la persona più adatta a capire, spiegare a che punto è la rincorsa ai Maestri, come fa in questa intervista uscita originariamente su AllRugby.

«A livello di nazionale  – spiega Marco –  il gap si è sicuramente ridotto. L’Inghilterra si sta confermando una delle migliori del mondo, è sempre nelle prime 5 anche se negli ultimi tempi è un po’ in ristrutturazione. L’Italia invece negli ultimi 10 anni, anche in termini di consistenza di prestazioni, ha fatto un miglioramento notevole. Detto questo, le due nazionali sono il risultato di due movimenti completamente diversi. E sotto quel profilo siamo ancora distanti anni luce da loro».

 

Colpa della tradizione o c’è di più?

«In Inghilterra il risultato del rugby è anche il frutto di tutto quello che gli ruota attorno. La storia, la tradizione, ma anche organizzazione e capacità innovativa  hanno un peso enorme su ciò che accade in campo. Per noi c’è tanta strada da fare. Gli inglesi hanno nel loro Dna, non solo rugbistico, la ricerca costante del miglioramento sotto ogni aspetto. Non si accontentano mai di quello che ottenengono. Non è un caso se sono stati l’unica nazione dell’emisfero nord capace di vincere una Coppa del Mondo. In campo ci sono nazioni come la Francia e il Galles che sanno esprimersi ad altissimo livello, ma fuori dal campo, in termini di organizzazione e di pianificazione, gli inglesi sono una spanna sopra agli altri competitor europei».

 

Dispongono di un serbatoio enorme di giocatori (130 mila senior). Eppure devono fare anche loro shopping all’estero, dal Sud Africa al Pacifico. Perché?

«E’ vero che hanno un bacino enorme, ma gli atleti di qualità sono un numero molto più ristretto. Il campionato inglese è stato fino al 2007/08 il più forte e competitivo in assoluto, sotto il profilo sia tecnico sia fisico, perché riusciva ad attirare i migliori giocatori del mondo. Vuoi per necessità, vuoi per altri motivi la tendenza negli ultimi cinque anni si è invertita, e anche loro hanno iniziato a utilizzare molti equiparati. La  regola in questo senso è unica, vale per tutti, anche se io sarei per una interpretazione un po’ più restrittiva. A soffrirne è la tradizione più ortodossa, ma del resto la globalizzazione, giusta o sbagliata che sia, è una tendenza in tutti i campi. Non vedo perché il rugby dovrebbe rappresentare l’eccezione».

 

l’Inghilterra capace di battere i TuttiNeri, ma  anche capace di soffrire gli azzurri…

«Dobbiamo capire la natura e la qualità più profonda dell’Inghilterra: è una squadra difficilissima battere, sia che giochi contro l’Italia sia che giochi contro gli All Blacks. Il fatto che a volte l’Inghilterra mostri facce diverse non cambia questo dato. La nazionale è figlia del campionato inglese, della sua attenzione per i fondamentali del gioco: mischia chiusa, touche, gioco tattico, difesa. Ogni partita di campionato è un test-match, i giocatori crescono e repirano quel clima, sono pronti a scendere sempre in campo con il coltello fra i denti. Ecco perché a livello internazionale l’Inghilterra, anche quando gioca male, rimane sempre aggrappata al punteggio e a volte riesce a portare a casa la partita grazie a qualche episodio; inoltre quando è in giornata riesce a svelare benissimo le debolezze dell’avversario. Sono talmente precisi e clinici che possono mettere in difficoltà chiunque. L’Inghilterra, poi, a Twickenham è diversa da quando gioca fuori casa ».

 

Loro all’apertura hanno almeno tre giocatori di qualità e di grande futuro. Noi solo tre n.10 maturi, nessuno dei quali peraltro nato in Italia. Spiegazioni?

«E’ un ruolo che richiede grande qualità, e noi paghiamo lo scotto di avere aperture straniere titolari nel nostro campionato. Questo svela l’estrema incapacità del nostro movimento di creare giocatori di qualità. In altri movimenti, come quello inglese o neozelandese riescono a formare giocatori giovani ma capaci di essere protagonisti anche a livello internazionale. Noi, anche per una scarsa competenza da parte degli allenatori che allenano i giovani, non riusciamo a proporre ventenni, non dico competitivi al 100 per cento, ma capaci almeno di affacciarsi al livello internazionale. Negli ultimi 10 anni questo problema ha riguardato il n.9 e il n.10, anche se poi per fortuna esistono casi bellissimi come quello di Edoardo Gori. Edoardo è un mediano di assoluto livello internazionale, il guaio è che dovremmo averne altri tre o quattro dello stesso livello. Questo problema rischia di ripetersi in tanti altri ruoli. Come pilone destro, dietro Castrogiovanni e Cittadini non ci sono ricambi. In seconda linea, dove non c’è nessun rincalzo al momento che possa reggere il confronto e avere competenze specifiche a livello di Sei Nazioni. La terza linea è l’unico reparto in cui siamo coperti, ma non si può dire altrettanto di estremo e secondo centro. Sto parlando di giocatori con competenze tecniche specifiche, oppure dotati di una visione tattica di alto livello. Ogni tanto escono buoni giocatori, spesso frutto di microrealtà che hanno saputo fornirgli, anche livello anche mentale, le necessarie competenze tattiche e tecniche. Ma dietro questi casi isolati c’è il vuoto».

 

Parliamo delle aperture inglesi: fra Farrell, Ford e Barnes chi ti piace di più?

«Credo che Farrell e Barnes abbiano una marcia in più. Farrell è un giocatore molto completo, che può giocare apertura, centro o estremo. Probabilmente in questo momento non ha la struttura fisica per giocare centro a livello internazionale, ma in paio d’anni può arrivarci. Barnes lo conosco molto bene, ha qualità straordinarie nella lettura del gioco, a cui unisce un istinto assoluto. Credo che sarà l’apertura del futuro in Inghilterra, perché ha anche le qualità mentali per eccellere a livello internazionale».

 

Stuart Lancaster in panchina è il faro che porta ai Mondiali del 2015 o una luce passeggera?

«A meno di terremoti, riuscirà a portare lui la squadra ai Mondiali, credo sia giusto così. Ha rifondato il gruppo, dando spazo a giovani di grande qualità, ed è attorniato da allenatori di competenza».

 

Qual è, dietro le quinte, la realtà del rugby inglese?

«L’interesse che ruota attorno al rugby in Inghilterra è paragonabile a quello che circonda il calcio in Italia, ma è un interesse molto maturo. Un professionista, anche fuori dal campo, difficilemente si comporta in maniera strana. Magari qualcuno ogni tanto può agire senza pesare del tutto le conseguenze delle sue azioni, ma posso dire che l’Inghilterra ha rappresentato la migliore esperienza rugbistica che io abbia vissuto. Il loro sistema è il più stimolante, ritornarci da allenatore sarebbe straordinario».

 

Cosa ti è rimasto di più dell’esperienza a Gloucester?

«Sono particolarmente legato a Dean Ryan, che ora lavora nello staff della Scozia. Arrivai a Gloucester e dopo tre mesi, alla prima partita di campionato, mi fu chiesto di fare il capitano: una cosa straordinaria, considerato che si trattava del campionato inglese e che io sono italiano. Ma è la riprova di come la società e l’ambiente ingelse siano meritocratici. Se riconoscono che vali qualcosa, non devi scontare nessun tirocinio, sono pronti a darti tutta la responsabilità che puoi sopportare. All’inizio ero un po’ spiazzato, poi ho capito il loro atteggiamento e devo riconoscere che è stata una lezione molto importante».

 

 

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