Per l’Italia è il miglior Sei Nazioni di sempre

Italy Ireland Rubgy Six Nations

E’ stato il Sei Nazioni più bello della nostra storia, quello che finalmente mette d’accordo ragione e sentimento, cellule grige e corazon, e allora sì, stavolta si può anche dirlo con le parole di Rino Gaetano sparate alla fine sopra l’Olimpico dai 74.714 mila sulle tribune: il cielo del rugby italiano è sempre più blu. E’ finito come era iniziato, con una vittoria: alla prima giornata contro la Francia (23-18), ieri contro l’Irlanda che non battevamo da 16 anni, che non avevamo mai sconfitto nel Torneo (22-15). Guarda caso le due nazioni che il sorteggio ci ha affibbiato nel girone dei prossimi mondiali: chissà se è il destino che manda segnali.

E’ stata, quella di ieri, la prima volta che abbiamo vinto una partita che non potevamo perdere, una di quelle in cui entri da favorito e rischi il crack mentale – e la seconda di fila in cui non abbiamo incassato mete, un tesoretto importantissimo per la difesa. Anche nel 2007 arrivammo quarti e arraffammo due vittorie, una fortunosa a Edimburgo, l’altra con un Galles un po’ ingenuo a Roma. Era però una nazionale in crescita, quasi adolescenziale. Questa è un’Italia matura, costruita attorno a un Sergio Parisse monumentale, a un Zanni di impressionante continuità che ieri si è meritato il premio di “man of the match”; e con molti giocatori, come ha spiegato proprio Zanni, «che quest’anno hanno dimostrato finalmente quello che valgono», da Masi a McLean, ai giovani come Furno, Gori e Venditti «su cui bisognerà costruire l’intelaiatura della squadra del futuro».

Siamo quarti, ma solo per differenza punti, è comunque la prima volta che arriviamo alle spalle delle prime due, il Galles e L’Inghilterra che a Cardiff si sono giocate il torneo in una faida antichissima che  ha consegnato il secondo Sei Nazioni di fila ai Dragoni. Le lacrime e la commozione di Lo Cicero, splendido nella sua ultima uscita in azzurro, hanno bagnato insieme la fine di un ciclo e l’inizio di una strada nuova. Merito anche di Jacques Brunel, il ct con i baffi che con il suo carisma tranquillo, la sua ricerca di un gioco senza complessi d’inferiorità, aperto, basato sull’equilibrio fra i reparti, ha fatto da maieuta al gruppo. E’ il primo francese che allenando  un’altra nazionale arriva davanti alla Francia nel Sei Nazioni: a Parigi mentre tentano di digerire un ultimo posto che pareva impensabile alla vigilia del torneo, si stanno sicuramente rodendo il fegato.

Contro i Verdi abbiamo vinto dominando, tranne i primi 10 minuti e gli altri 10 giocati in 14 per un giallo a Parisse, fra il 52’ e il 62’, che peraltro ci sono costati 9 punti. L’unica curva di un match in cui siamo sempre stati avanti, nel primo tempo grazie a tre punizioni, due di Orquera e una di Garcia (due argentini di nascita, sarà il vento che soffia dal Vaticano) contro le due di Jackson, e con tante occasioni sprecate compresa un break entusiasmante innescato da una “parissina”, il passaggio sottomano che ha il copyright del capitano. Poi nel secondo con la splendida meta in percussione di Venditti al 48’, dopo sei minuti di pressione. Gli irlandesi sono arrivati a un soffio dalla beffa (16-15 al 63’), ma altre due pedate di Orquera – che nel primo tempo aveva anche centrato un palo – una grande difesa (vedi i tre cartellini rimediati da O’Driscoll & Co), hanno allontanato la paura.

«Ma neanche nei dieci minuti in cui sono stato fuori, e di cui mi scuso con la squadra, ho mai davvero sentito il pericolo», ha spiegato Parisse: forse è il più bel complimento per la squadra, e il miglior viatico per il futuro. «Ora resta il lavoro più duro – ha continuato Sergio –crescere ancora, dare continuità, evitando  black-out come quelli contro Scozia e Galles». Equilibrio, il mantra di Brunel: «oggi abbiamo dimostrato che le grandi partite contro gli All Blacks, l’Australia, la Francia non erano casuali, la squadra ha dimostrato carattere, ha imposto il suo gioco. E’ il frutto del lavoro delle franchigie di Celtic League, che voglio ringraziare. Ma attenzione: c’è ancora tanto lavoro da fare». Merci bien, monsieur Brunel. Ma oggi è lecito festeggiare.

 

 

 

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