Vergeer, la donna che non perdeva mai

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Non perdeva da dieci anni, ma una mattina ha guardato oltre il giardino. «E’ stato durante gli Australian Open. Ero sul divano di casa con Marjin e guardavo in tv le partite, ma con un occhio mi godevo anche il bellissimo paesaggio innevato di casa mia, a Woerden. Stavo benissimo, e mi sono detta: smetto».

Esther Vergeer è una 31enne olandese, molto bionda, molto bella, che da ventitrè anni non può camminare perché al risveglio di un’operazione alla spina dorsale si accorse di non avere più sensibilità alle gambe. Aveva 8 anni, qualcuno le aveva staccato il futuro da dosso. Lei semplicemente se l’è ripreso. «Ho un ricordo molto vago di quello che accadde, sicuramente per la mia famiglia fu uno shock. Io dovetti imparare di nuovo a fare tutto: non potevo più giocare a calcio o andare a dormire dalle mie amiche come facevo prima, e lo sport mi ha aiutata a imparare in fretta. La cosa più importante nella vita è l’idea che hai di te stesso. Se hai una buona opinione di te stesso vedi le cose in maniera ottimistica, e puoi essere utili a te e agli altri, svolgere un ruolo attivo nella società. Lo sport mi ha insegnato subito a capire quali erano le cose che non potevo fare più e quelle che potevo fare, e a concentrarmi solo su queste ultime. Credo che in questo senso lo sport mi abbia salvato la vita».

Seduta sulla sedia a rotelle ha iniziato a praticarne tanti, di sport. «La pallavolo, il ping pong, il tennis, il basket (dove arrivò in nazionale vincendo il campionato europeo nel ‘97, ndr). Mi piacevano tutti, ma a un certo punto ho dovuto scegliere». Ha scelto il tennis su carrozzina, weelchair tennis come lo chiamano gli anglosassoni, e ha fatto bene. Già dalle prime uscite internazionali, nel 1996, si era capito che la ragazzina aveva stoffa, nel ’99 era già numero 1 del mondo. Dal 2003 in poi però Esther ha fatto ancora meglio, ha letteralmente smesso di perdere. Ultima sconfitta a Sydney contro Daniella Detoro («non ero preparata fisicamente, mi dominò»), poi 470 vittorie consecutive in singolare (nel tennis “in piedi” Bjorn Borg al massimo è arrivato a 49), delle quali 120 filate senza perdere un set, 95 senza mollare nemeno un game. 148 tornei vinti, 136 di doppio, 21 titoli dello Slam in singolare (23 in doppio), 12 coppe del Mondo, 7 medaglie d’oro paralimpiche, 668 settimane da numero 1. Federer, per capirci, è arrivato “appena” a 302.

Di modelli ne ha avuti pochi, al massimo due. «Steffi Graf, per come giocava ma anche per come gestiva i rapporti con il pubblico e la stampa. E Maiike Smith, una che come me in carrozzella giocava sia a basket sia  a tennis e ha vinto l’oro paralimpico ad Atlanta. Era molto brava, ma anche cordiale, per me era facile parlare con lei e ancora ci vediamo. E’ la mia vera eroina».

A Rotterdam, il giorno dell’annuncio del ritiro, festeggiata da latri campioni olandesi come Johan Cruijff e Richard Krajicek, Esther ha presentato un libro, “La forza e la fragilità”. Sarà una lettura da fare per capire in che dosi, con che ricetta Esther è riuscita a non farsi sconfiggere da un bisturi maldestro, a rimettere in piedi la sua vita anche senza camminare, a trovare la forza, dentro la fragilità che ci abita tutti, per trasformarsi in un fenomeno dello sport.

«La pressione di questa lunga serie di vittorie a volte si faceva sentire – ha raccontato qualche tempo fa – ci sono stati giorni in cui entravo in campo nervosa, pensando che forse avrei perso. Ma sapevo anche che la mia avversaria doveva superare una barriera mentale, diventare “quella che ha sconfitto Esther”, e questo mi rafforzava». Il segreto della sua imbattibilità sta sia nel fisico sia nella tenuta mentale. Se siete in cerca di paragoni, potete immaginarvi la Vergeer come una Borg in gonnella: «Il basket mi ha aiutato a migliorare la mobilità, seduta sulla carrozzella sono molto forte. E poi non importa se un giorno sono felice o triste, se ho voglia o no, sul campo da tennis la mia avversaria non riuscirà mai a capire le mie emozione».

Una ice-woman, ma con un sorriso che travolge, timido e feroce insieme, con cui ha conquistato messo k.o. anche Marjin  Zall, il suo preparatore fisico che da due anni è anche il suo compagno nella vita.

Ai Giochi di Pechino, nel 2008, Esther, arrivò a un filo dalla sconfitta. «In finale all’improvviso mi trovai con un matchpoint contro, una palla dal perdere l’oro. Mi domandai: e se adesso perdo, cosa succede? La mia avversaria si metterà a piangere, piangerò io? Come reagirà la mia famiglia? I quei venti secondi ho pensato a mille cose, anche a cosa avrei detto ai giornalisti, però sono riuscita a concentrarmi a sufficienza per mettere demtro la prima palla di servizio  e far girare tutto il match, vincendo la medaglia d’oro. Sicuramente è stato il momento più difficile di tutta la mia carriera».

Inutile domandarsi che tennista, che maratoneta o che playmaker avrebbe potuto diventare la Vergeer con un fisico e una mente benedetta dal dio degli stadi, se le cose fossero andate diversamente, se non fosse mai entrata in quella stanza di ospedale. Come dice Alex Zanardi: «non so se vorrei indietro le mie gambe in cambio di una vita meno felice». Quella di Esther è stata una carriera da atleta vera, tappezzata degli stessi sacrifici e degli stessi desideri di tutti gli sportivi di successo. «Il mio giorno ideale? Quello in cui posso dormire, fare shopping, andare a cena con gli amici o a rilassarmi sulla spiaggia». Ora che l’importante non è più vincere, ci sarà più tempo anche per vivere. Senza mai perdere il sorriso.

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Comments

  1. simone monari says:

    Bravissimo Stefano, come sempre

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