Orquera, quando nello sport piccolo è bello

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C’è un omarino solo al comando, la sua maglia è azzurra, il suo nome è Luciano Orquera. Raccoglie la palla, buca la difesa della Francia come un Pollicino nel paese degli Orchi blu, e quando finisce il sentiero scavato fra l’aria e la carne che solo lui dal basso del suo metro e 70 vedeva, oplà, Lucianino consegna palla e spazio a Parisse, e manda l’Italia in Paradiso. Luciano Orquera, 34 anni, da Cordoba, la radura fatatata dove nascono tutti o quasi i grandi rugbisti argentini. Argentini e/o italiani, come Diego Dominguez, un altro che la maglia numero 10 dell’Italia – grazie, dio del rugby, che non permetti che un’apertura si metta in spalla un 34 o un 99… -, un altro che quella maglia, senza essere un colosso, anzi, l’ha saputa portare. Eccome. Orquera all’Olimpico contro i galletti ha infilato le sue mani sante, le sue rapidissime cellulette grige anche nella seconda meta, quella decisiva. Ovale raccolto dalla ruck, serpentina,  e off-load assassino, come lo chiamano gli inglesi, il passaggio che fai quando il nemico ti ha già ghermito e tu speri che dietro stia arrivando la tua cavalleria a salvare la diligenza. «Mi hanno subito messo le mani addosso – ha raccontato – ho sentito che stava arrivando qualcosa di enorme, pieno di capelli, e ho alzato la palla in aria sperando che fosse Castrogiovanni. Era lui». Un capolavoro di leggerezza che sposta la storia. Eppure.

Lo sport business contemporaneo ha bisogno di Grandi stadi, di Grossi budget, di investimenti Robusti, di platee Immense. Difficile che ami – spontaneamente – gli atleti di piccola e media pezzatura. Li tollera, non li progetta. Pallavolisti e cestisti, okay, sono giganti da sempre (con le debite eccezioni: Tyrone Bogues, Spud Webb, Nate Archibald…), ma guardate quello che è successo a calciatori, tennisti, velocisti nelle ultime due ultime generazioni. Ibrahimovic è alto un metro e 92, Juan Martin Del Potro, il vincitore degli Us Open 2009, un metro e 98, e nel circuito maschile proliferano ormai “pivot” da due metri e passa come Isner, Karlovic, Andersson, Janowitz. Querrey. I muscoli lampeggianti di Usain Bolt si sviluppano su 196 centimetri. Eppure.

Eppure in barba a tutte le attese darwiniane, a tutti i diktat più o meno steroidei, a tutti i progetti di selezione della razza sportiva capita ancora, e capita anche spesso, che a entusiasmare le folle, a riempire i carmi, a ispirare i peana siano hobbit farciti di talento che stanno appena sotto o appena sopra i favolosi 70 – intesi come centimetri in eccesso al metro. Proprio come Orquera. Nella botte piccola sta il buon vino, sostiene l’adagio popolare, e il vino buono dello sport alla fine è proprio quella cosa lì: l’arte rivelata nel gesto, l’intuizione divina, la finta che disloca avversari e immaginazione. Il genio.

Pensate al calcio senza la “pulce” Messi, che da cucciolo ha dovuto penare per garantirsi una crescita normale;  senza lo gnomo di dio Maradona, o il nanone Gerd Muller (o, nel nostro piccolo, al campionato italiano senza Di Natale e Giovinco). Alla storia della boxe senza un peso massimo “minimo” come Mike Tyson (178 cm), ai record dell’atletica senza un primatista dei 100 “tappo” come Maurice Greene (176) o un maratoneta tascabile ma monumentale come Dorando Pietri (159). All’epica più o meno recente del rugby senza Berbizier, Fouroux, Dominici, Underwood (traduzione: sottobosco), Jonny Wilkinson (178), Brendan Williams (170), Diego Dominguez (173). O priva di Shane Williams e Morgan Parra, due dei folletti benedetti che negli ultimi anni di Sei Nazioni ci hanno spiegato che il rugby può ancora essere, può ancora rimanere almeno in parte, uno sport per tutte le taglie.

Parra certo non è bassino – 181 centimetri – ma non è neppure un colosso – 77 chili – e soprattutto, come recitava una vecchia battuta de l’Equipe, punta più sulla creatività che sulla creatina.Molte federazioni, rugbistiche ma anche di altre discipline, negli ultimi lustri hanno elaborato “progetti statura” – anche la Fir nel 2006 ne ha lanciato uno. L’assunto è che sotto certe asticelle non ci sia più spazio per gli atleti del futuro, che dovranno essere comunque grandi, grossi, potenti. Se vuoi fare la seconda o la terza linea, e a 16 anni non sei raggiungi almeno il metro e 85, via, riformato, rimandato, comunque non incoraggiato.

Un assunto che sicuramente ha le sue basi statistiche e pragmatiche nel trend gigantista di cui si parlava sopra, ma che rischia di escludere a priori talenti puri come quelli del gallese Halfpenny (1.77), che a 16 anni, pur essendo già stato adocchiato dagli osservatori delle nazioni giovanili gallesi, fu scartato dagli Ospreys per via della sua sagoma non esattamente imponente. Stava già per mollare tutto, il razzente soldo di cacio, e darsi agli studi per diventare dentista, quando arrivò una provvidenziale convocazione nella under 19 per i Mondiali del 2007.

Un destino simile a quello di Sebastièn Grosjean, il tennista francese che da giovane fu ignorato, messo da parte dalla federazione francese perché troppo bassino (175 centimetri), e che nella sua lunga carriera si è tolto la soddisfazione di arrivare al n.4 del ranking mondiale e vincere una Coppa Davis. Un curriculum di tutto rispetto lo vantano anche il suo collega belga Olivier Rochus (163 centimetri) e Fabrice Santoro, il piccoletto (174) che con i suoi colpi astrusi, leggeri e miracolosi come una scultura mobile di Calder, faceva letteralmente impazzire quel granatiere di Marat Safin.

Non sempre talento e dimensioni vanno a braccetto, e il ragionamento vale anche nel senso opposto, come dimostra il caso di Valentino Rossi, stangone da 182 centimetri che da dieci anni stravince in uno sport dominato, antropometricamente, da “fantini”. Occorre diffidare, insomma, dagli stereotipi: Napoleone e Alessandro Magno erano condottieri rasoterra, ma hanno saputo conquistare l’Europa e il mondo. Come diceva il grande presidente della Roma, Dino Viola, nella vita e nello sport è spesso questione di centimetri, e la sua era ironia beffarda, che si riferiva più alla qualità che alla quantità di certe misurazioni.

Il progresso, l’alimentazione, i farmaci stanno trasformando la casta degli atleti, e non solo quella, in una razza di muscolari iperdimensionati e omologati. Preghiamo gli dei che continuino a mandarci, ogni tanto, qualche Pollicino come Lucianino Orquera, capace di dribblare il vento e di seminare molliche piene di meraviglia nel sentiero dei nostri sguardi.

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