Ashe, il principe che dipinse il tennis di nero

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Venti anni fa, il sei febbraio 1993,  moriva Arthur Ashe, il Principe Nero, uno dei campioni che più hanno segnato la storia del tennis e dello sport in generale. Se oggi le
sorelle Williams e James Blake sono idoli americani, lo devono anche a lui.
Guardatevi in giro, e troverete un po’ del suo spirito ovunque. Nella nobiltà e nella correttezza di El Aynaoui, nella saggezza insospettabile di Roddick e in quella maturata nel tempo di Agassi. Nella fierezza delle sorelle Williams, nella fiducia di James Blake, che gli sono debitori, e forse non sanno neppure quanto. Arthur Ashe è stato ucciso dall’Aids venti  anni fa, ma le sue idee, il suo esempio, hanno continuato a scorrere come spore benigne nelle vene frenetiche del tennis e in quelle della società americana, grazie anche alle moltissime iniziative benefiche che il campione di Richmond promosse in vita e a quelle che ha ispirato dopo la sua scomparsa. Il suo volto, al pari di quello di Martin Luther King, è ormai un’icona, il suo nome battezza da tempo il Centrale di Flushing Meadows e gli americani se lo sono cuciti sulla spalla sinistra durante l’ultimo match di Coppa Davis, per onorare chi fu a lungo anche capitano del team. L’unico rischio che forse corre oggi Arturo, che quest’anno avrebbe compiuto giusto settant’anni, è di non essere ricordato a sufficienza come grande tennista, oltre che come grande uomo.

Un tennis
a parte

Arthur Robert Ashe junior nacque a Richmond, in Virginia, il 10 luglio del 1943, da Mattie Cunningham e Arthur Ashe junior, un poliziotto di colore discendente da uno schiavo appartenuto a Samuel Ashe, primo governatore della Virginia. Imparò a giocare sui campi pubblici di Brooksfield Park, svezzato da Ronald Charity, il primo coach che ne intuì le grandi doti atletiche, la straordinaria capacità di abitare la superficie del campo come se fosse casa sua. Charity non impiegò molto per capire l’animo di quel ragazzo in superficie compassato fino all’esasperazione, ma in realtà emotivo, ferito profondamente dalla morte precoce di mamma Mattie, portata via quando Arthur aveva appena 7 anni dalle complicazioni di un intervento chirurgico. Nel ’53 lo segnalò a Walter Johnson, l’uomo che allenava Althea Gibson, la tennista che da lì a quattro anni sarebbe divenuta la prima donna di colore capace di alzare il piatto di Wimbledon. Johnson divenne rapidamente il mentore del giovane Ashe. Gli fece capire subito che per lui, un nero, giocare a tennis sarebbe sempre stato più complicato che per un bianco: “Nei tornei giovanili ci si arbitra da soli – gli disse durante uno dei loro primi incontri -, tu fai in modo di chiamare a favore del tuo avversario qualsiasi palla che cada nei dieci centimetri attorno alla riga di fondo: eviterai che ti diano del negro ladro di punti. Forse così perderai qualche partita di più. Ma se sei forte davvero, alla fine riuscirai a dimostrarlo”.
Il tennis allora era davvero, negli States, lo sport dei gesti bianchi: quelli neri, infatti, erano rari lampi, visti con grande sospetto da una America ancora largamente razzista. Cresciuto in scuole riservate a soli ragazzi di colore, nel ’55 Ashe si vide negare l’iscrizione ad un torneo di Richmond aperto anche ai ragazzini bianchi, come in seguito gli accadrà di vedersi escluso dal torneo giovanile ai Campionati Internazionali degli Stati Uniti, non ancora Open, che allora si disputavano a Forest Hills, uno dei circoli più razzisti d’america. Nel ’57 Arthur divenne il primo nero a giocare nel campionato juniores del Maryland. Nel ’60, stanco della segregazionista Virginia, si traferì prima a St Louis e poi, grazie a una borsa di studio, in California, alla mitica UCLA, l’università di Los Angeles.
Alto, allampanato, apparentemente legnoso ma leggero e capace di ragionare un tennis anche creativo, a soli vent’anni Arthur si conquistò – occorre dirlo? Primo tennista nero della storia – un posto nella squadra di Davis degli Stati Uniti, contribuendo alla vittoria finale. Già ospite fisso delle copertine di Sport Illustrated, dopo aver raggiunto le semifinali a Forest Hill nel ’65, Ashe nel ’66 si laureò in scienze della finanza ed entrò all’Accademia militare di West Point. Due anni dopo, da tenente dell’esercito e da dilettante, vinse la prima edizione Open dei Campionati degli Stati Uniti, in finale sul professionista Tom Okker: il suo premio furono una coppa e i 20 dollari giornalieri della diaria da “amateur”. Quell’anno Ashe, gli occhialoni grandi e scuri che rare volte lasciavamo trasparire un sorriso aperto e sereno, i capelli ancora tagliati cortissimi, conquistò anche la sua seconda Coppa Davis, e nelle tante classifiche di fine anno che il computer non aveva ancora riunificato, molti esperti lo considerarono il numero uno del mondo.

Da Nastase
a Mandela

“Come giocatore era una specie di Nastase nero – ricorda Adriano Panatta – Il rovescio migliore del diritto ma di poco, un servizio piazzato e insidioso ma non potentissimo, e soprattutto una capacità impressionante di coprire il campo. Il suo però era un tennis da superfici veloci, sulla terra si trovava a disagio. Ricordo che quando Arthur era numero 2 o 3 del mondo, un anno Bertolucci a Roma letteralmente lo distrusse. Tanto che, uscendo dal campo, Paolo mi disse: questo tira troppo piano, sulla terra non vince mai…”.
Fra fine anni 60 e inizio anni 70, insieme all’Ashe giocatore cresceva anche l’Ashe impegnato civilmente, il difensore dei diritti civili delle minoranze. Il ragazzino che a Richmond, un’estate di molti anni prima, aveva lottato per avere sulle spalle il numero 42 di Jackie Robinson, il nero che nel ’47 aveva cambiato per sempre il volto dello sport americano conquistandosi un posto nelle major league di baseball, nel 1970 era ormai un campione che vinceva gli Australian Open e protestava contro l’apartheid in Sud Africa. Le autorità di Pretoria gli negarono per ben tre volte il visto, fino a quando, nel ’73, il cocciutissimo Arthur riuscì finalmemente a sbarcare a Johannesburg. Nella finale del torneo perse in finale da Connors, ma approfittò dell’occasione per visitare il ghetto di Soweto, per seminare dignità e coraggio.
Erano anni pieni di cose, per Arthur, di viaggi, di vittorie. Nel ’69 fu tra i fondatori di una associazione che anni dopo si sarebbe chiamata Atp, nel toccò ’71 una nuova finale Slam in Australia, l’anno dopo, durante una tournée in Africa, scoprì sui campetti di Youndee, la capitale del Camerun, il talento di un ragazzino mezzo francese, che di nome faceva Yannick Noah. Nel ’72 perse in finale da Nastase al Roland Garros. “Nasty” lo faceva letteralmente impazzire. Lo irritava chiamandolo “Negroni”, e al Masters di Stoccolma, nel ’75, riuscì a mandarlo così tanto in bestia da costringerlo a uscire dal campo durante un match di round robin. “Ilie finì per vincere il torneo – scrisse poi Arthur – e il giorno dopo mi mandò un mazzo di rose rosse. Da allora l’ho sempre considerato un amico. Si presentò improvvisamente anche al mio matrimonio (con Joannie Moutoussamy, una splendida fotografa di colore, nel ’77, ndr), e sorridendo alla sua maniera mi disse: ‘lo so che non mi hai invitato, Arthur, ma ho pensato di venire lo stesso”.
Giocava e vinceva, Arthur, conscio perà che lo sport non è tutto, che essere un bravo atleta non significa obbligatoriamente essere un uomo da rispettare. “Noi neri deifichiamo i nostri atleti – dirà nel ’92 – Con il risultato che le famiglie di colore preferiscono che i loro figli siano grandi nel basket o nel football al fatto che ricevano un’istruzione adeguata. Dobbiamo cambiare questa mentalità”. Combatteva le sue battaglie con calma, rispettando sempre le regole. Per qualcuno senza il necessario vigore, come gli rimproverò una volta il reverendo Jesse Jackson. “Non è vero – replicò con il consueto aplomb Arturo – semplicemente non sono arrogante come piacerebbe a te. E non lo sarò mai”. La vittoria più bella, fra le tante guadagnate fuori dal campo, la ottenne quando dopo decenni di galera Nelson Mandela fu liberato, e a chi gli chiedeva chi fosse la prima persona che desiderasse incontrare, rispose senza esitare: “Arthur Ashe”.

Wimbledon
memorial

La più bella vittoria su un campo da tennis data invece luglio ’75. Il luogo: il centrale di Wimbledon. L’anno prima Connors aveva demolito la leggenda Rosewall, quasi tutti erano convinti che in finale il numero uno del mondo avrebbe fatto il bis contro il 32enne Ashe. Ma Arthur aveva studiato Jimbo durante il torneo, e giocò come il gatto con il topo. Abbandonò i suoi colpi piatti per rotazioni maligne, cambi di velocità, diritti lenti e senza forza, che costringevano il bimane Connors a piegarsi e falciare l’erbetta per resuscitare la pallina, che alternava a rovesci fulminanti e ad attacchi coraggiosi sulla non irresistibile seconda palla di servizio dell’avversario. Vinse i primi due set, perse 7-5 il terzo, nel quarto tenne duro. Jimmy sbagliò caterve di approcci a rete, non capì nulla della partita. Finì il match rotolando fuori dal campo, mentre, a rete, Arturo alzava il pugno in segno di vittoria chiudendo l’ultima, facile volée. Nessun maschio di colore, prima di lui, aveva mai conquistato i Championships.
Connors lo ritrovò anni dopo, in Davis, da capitano. Nel ’77 Ashe si era infortunato al piede e agli occhi, precipitando in classifica. Nel ’78 era riuscito a risalire fra i top-ten vincendo anche gli ultimi tre dei suoi 33 tornei da pro, ma nel ’79 si dovette arrendere ad un attacco di cuore che gli costò un primo intervento chirurgico e ben quattro by-pass. Sulla panchina degli Usa, fra l’80 e l’85, si trovò a gestire i talenti incandescenti di Connors e McEnroe, vincendo due volte la coppa, perdendo una finale in Svezia, e attirandosi le solite critiche per la calma e il rispetto per gli avversari che manteneva in ogni occasione, e che molti continuavano a scambiare per debolezza. Da McEnroe lo divideva tutto, tranne l’amore che entrambi nutrivano per la Coppa, mentre Connors all’insalatiera era assolutamente allergico. Nella sua autobiografia “Days of Grace”, Ashe ricorda come proprio a Goteborg, nell’84, poco prima dei primi singolari, Connors gli avesse chiesto, in tutta serietà: “si gioca al meglio dei tre set, vero?”. E di quando, arrivando una volta incolpevolmente in ritardo di un quarto d’ora agli allenamenti in compagnia di Arias, trovò il campo vuoto e sulla terra rossa, tracciata con la racchetta, la scritta ‘fuck you’, “che il puntualissimo Jimbo credo intendesse rivolta a me”.

L’ultima
battaglia

Nell’83 Ashe aveva dovuto sottoporsi ad una seconda operazione al cuore, e in quella occasione, per colpa di una trasfusione di sangue infetto, fu contagiato dal virus nell’Aids. Se ne accorse però solo 5 anni più tardi, nell’88, dopo una terza operazione, questa volta al cervello. Decise di non rivelare la sua condizione, ma nel ’92, incalzato da un cronista senza scrupoli di USA today, fu costretto ad ammetter pubblicamente la sua malattia. In quegli anni aveva fatto in tempo a diventare un ottimo telecronista per la reti televisive HBO e ABC, a collaborare al Washington Post, a scrivere una storia in tre volumi dello sport afro-americano. Nel ’92, pochi mesi prima di morire, fu arrestato davanti alla Casa Bianca mentre protestava a favore dei rifugiati haitiani, e nel dicembre di quello stesso anno parlò alle Nazioni Unite per sostenere la ricerca anti-Aids. Morì il 6 febbraio del ’93, per una polmonite, e dopo il funerale, a cui parteciparono migliaia di persone, fu sepolto nel Palazzo del Governatore della Virginia, a Richmond: ironicamente, Arthur fu il primo a ricevere un simile onore dai tempi del generale confederato Jackson, caduto nel 1863 durante la Guerra Civile mentre lottava per mantenere la schiavitù nel Sud degli Stati Uniti.
Nella statua che nel ’96 gli hanno dedicato in Monument Avenue, Arturo impugna con fiducia la racchetta in una mano, e un libro nell’altra. “Non pensate a me come a una vittima – aveva detto inaugurando la sua fondazione contro l’Aids – Io sono un messaggero”.

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