Davis, l’uomo che inventò la Coppa

Davis coppa

La storia di Dwight Davis, tratta da Centre Court.

International Lawn Tennis Challenge Trophy. Cinque parole che oggi non dicono quasi niente neppure agli appassionati. Eppure sono quelle incise, in graziose lettere art nouveau, sul bordo interno dell’oggetto più celebrato, nominato, desiderato della storia del gioco. 216 once di argento, fuse e modellate a forma di “punch-bowl”, di zuppiera, con tanto di basamento cilindrico. Il progetto n. 414 nel catalogo della William B. Durgin Co. di Concord, New Hampshire. Un articolo di classe, decorato con graziosi motivi floreali da un designer inglese, Rowland Rhodes. Eppure quattro anni dopo essere uscito dal laboratorio di Mr Durgin, il trofeo d’argento non trovò neppure posto, fra un boccale dorato e un libro d’ore rilegato in argento per la regina d’Italia, nell’elenco dei pezzi pregiati della ditta. La zuppiera, commissionata a Durgin da Shreve, Crump & Low, orefici in Boston dal diciottesimo secolo (e un tempo vicini di bottega di Paul Revere), fece il suo ingresso in società l’8 agosto 1900 al Longwood Cricket Club di Boston, ma in realtà era stata concepita qualche anno prima, durante una tournée sulla west coast di un giovane figlio della ricchissima borghesia di St. Louis. Un miliardario ventenne, che accanto al nome del trofeo volle incisa anche una frase breve, ma destinata a grande fortuna: “Presented by Dwight F. Davis”. Ecco, oggi Mister Durgin la penserebbe diversamente. Oggi sarebbe probabilmente molto fiero di aver prodotto nel suo “shop” l’oggetto che tutto il mondo, da 106 anni, chiama semplicemente “The Davis Cup”.

Orfano e miliardario

Dwight Filley Davis era nato a St. Louis, Missouri, nel 1879, due anni dopo la prima edizione dei Championships e contemporaneamente all’arrivo del tennis nella sua città natale. Era un bambino straricco. Sam Davis, suo nonno paterno, si era spostato da Brookline, un sobborgo di Boston – casi della storia – verso ovest nel 1835 e aveva fatto fortuna come mercante di tessuti. Nel 1873, quando lasciò la ditta al figlio John, l’emporio dei Davis era alto cinque piani e illuminato dalla luce elettrica. “Il più importante edif, St. Luois, Concordicio di St. Louis”, pieno di ogni ben di Dio: vestiti di raso, broccati di seta, velluti pregiati, mussoline per le cuffie delle suore, damaschi per i cuscini delle chiese, e poi bottoni, ombrelli, corde di violino, profumi, orologi, armoniche. 135 impiegati, filiali a Boston, New York, Parigi, Manchester, Aachen. John ampliò l’impero paterno investendo in immobili, entrando nel consiglio di amministrazione di numerose banche, costruendo ponti sul Mississipi. Morì neppure cinquantenne, per una malattia ai reni, quando Dwight, il minore dei suoi figli, aveva appena 14 anni, lasciandolo orfano ma senza problemi per il futuro. Fu proprio nell’estate incupita dalla morte del padre che il giovane Davis scoprì il tennis. Insieme alla madre Maria e ai cugini era in villeggiatura a Magnolia, sulla costa atlantica del Massachussetts. Proprio da quelle parti, a Nahant, nel 1974, – secondo alcuni battendo sul tempo Mary Outerbridge – il padre del tennis Usa, John Dwight, e Fred Sears avevano giocato il primo match di tennis sul suolo americano, estraendo dalla scatola brevettata dal Maggiore Wingfield il kit per lo Sphairistike acquistato a Londra da un nipote dello zio, Willliam Appleton, e montandolo sul prato davanti a casa. A Dwight bastava inforcare la bicicicletta per arrivare all’Essex County Club di Manchester, che disponeva di due campi i terra e dove i Davis erano soci dal 1893. L’anno dopo l’entusiasta autodidatta si presentò al torneo che nel New Hampshire organizzava, presso l’Hotel Wentworth, George Wright, famoso giocatore di cricket, “interbase” dei Cincinnati Red Sockets di baseball, proprietario di una linea di abbigliamento sportivo, la “Wright and Ditson”. E padre di Beals Wright, uno dei golden boys del tennis americano – gli altri erano Holcombe Ward, Malcolm Whitman e Robert Wrenn – con cui Dwight strinse amicizia. Nel 1895 Davis si iscrisse anche ai Campionati Nazionali, i futuri Us Open, che si disputavano allora sull’erbetta del Newport Casino. Non passò neppure il turno preliminare, mentre l’anno successivo vinse un match prima di incocciare in Robert Wrenn, di due anni più anziano, che lo eliminò e finì poi per vincere il torneo. Era tempo di prendere lezioni.

Nascita di un servizio

Dopo gli anni alla Smith Academy di St. Louis – l’esclusiva high-school che di lì a pochi anni frequentò anche il grande poeta Thomas Stearns Eliot –  Davis finì inevitabilmente ad Harvard, come i due suoi due fratelli maggiori, compagno di corso di Holcombe Ward. Harvard a quel tempo disponeva di 22 campi da tennis , e nel 1900 secondo le statistiche ufficiali del College gli studenti che praticavano il tennis erano 790, contro i 640 del canottaggio e i 250  di baseball e football. Davis era alto, pallido, potente. Un vero talento atletico oltre che un giovane riservato, spesso taciturno ma dotato di naturale carisma. Fece parte sia della squadra di baseball sia di quella di football, venne accettato insieme a Ward  in tutte le confraternite studentesche più prestigiose (Institute of 1770, D.K.E., Hasty Pudding, Alpha Delta Phi). Nel tennis subiva però regolarmente il maggior talento del biondissimo ed elegante Whitman, il rubacuori del gruppo, e così insieme a Ward iniziò a studiare la “materia” servizio. Ward, piccolo e agile, mise a punto un nuovo movimento. La palla era colpita al culmine della traiettoria, con un movimento ad arco, da destra a sinistra, che le imprimeva un forte effetto, e provocava un rimbalzo alto, scomodo da controllare, difficilmente prevedibile per il ribattitore, e allo stesso tempo dava più tempo al battitore di piazzarsi a rete. Withman usava già una versione “rovesciata” del servizio twist, e Parmly Paret, giocatore e tennis writer, si prese la briga di analizzare il gioco dei tre che, insieme a  Leo Ware e Beals Wright, definì “The Harvard Group”. La prima palla di Whitman era più lenta ma caricatissima, tanto che la pallina assumeva visibilmente una forma ovale dopo l’impatto e rimbalzava seguendo angoli micidiali. Ward mirava più spesso al corpo dell’avversario, mentre il violento twist mancino di Davis risultava difficilissimo da domare. Davis non era un fuoriclasse, va detto. Il suo tennis era basato più sulla potenza che sul tocco. Quando non serviva twist dispensava contundenti cannon-ball e poi si gettava a rete, dove con lo smash, poco elegante ma efficace, seminava il terrore.

La tourné nel Far West

Nonostante i limiti tecnici, nel 1898 Dwight riuscì comunque a guadagnarsi la finale agli Us Championships, strappando un  set a Withman che quell’anno alzò la prima delle sue tre coppe consecutive a Newport. Il tennis era ancora uno sport giovane. Dopo il primo boom negli Usa stava conoscendo un momento di stanca:  in quindici anni i club di tennis affliati all’USNLTA, la federazione Usa, erano passati  da 106 a 56. Incoraggiati da James Dwight, Davis insieme con Ward, Withman e Beals Wright partì, sotto la guida di Wright padre, per una tournée “di propaganda” nella West Coast. La prima tappa fu la California, dove sui campi del Del Monte Hotel, a Monterey, a Davis fece da raccattapalle anche Maurice McLoughlin, il futuro campione. Poi i quattro della east coast si spostarono in Oregon, nello stato di Washington, nel Brith Columbia. Davis sostenne anni dopo che l’idea di una competizione internazionale e a squadre, capace di coinvolgere i più forti tennisti dell’epoca e richiamare l’attenzione degli sportivi, gli attraversò la mente proprio durante quel periodo on the road.

Charles Voigt, un giornalista inglese, sostiene di essere stato invece lui ad ispirare a Davis la visione. Tre anni prima Voigt, ospite di un piccolo torneo a Niagara-on-the Lake, osservando la generosità con cui il ricchissimo Dwight offriva rinfreschi e incantava con il suo magnetismo compagni e compagne, aveva chiesto in giro chi mai fosse quel fenomeno. Quando gli fu risposto che si trattava del “nostro miliardario di St. Louis”, Voigt suggerì (e “The Lark”, un piccolo foglio locale, il giorno dopò riportò la conversazione) che il ricco campioncino mettesse in palio un congruo “montepremi, o una grande Coppa, per il bene del tennis”. Di sicuro al parto contribuì lo spirito dei tempi. Nel 1896 si era svolta ad Atene la prima edizione delle Olimpiadi moderne, scatenando un desiderio di competizione fra atleti di diverse nazioni. E proprio nell’ottobre del ’99 Davis e i suoi amici si erano entusiasmati per la vittoria dello yacht americano Columbia contro l’inglese Shamrock, in una combattutissima America’s Cup (il nostro Guglielmo Marconi lancià il primo messaggio radio della storia proprio per informare il mondo che il Columbia aveva vinto la terza regata). Fatto sta che il 13 gennaio del 1900 il Boston Herald annunciò dalle sue colonne che un anonimo si era offerto di donare una Coppa per un “challenge internazionale”, aggiungendo con preveggenza che la generosità gli avrebbe in futuro “assicurato meriti superiori a qualsiasi posizione fosse mai riuscito a raggiungere nel ranking mondiale”. L’”anonimo” propose ufficialmente l’istituzione della Coppa anche alla USNLTA – di cui peraltro era giovanissimo dirigente – e James Dwight, il fondatore della federazione, che in passato era arrivato anche a offrire di pagare in prima persona le spese di viaggio ai maestri inglesi pur di invogliarli ad una tournée americana, la appoggiò con entusiasmo. La Coppa fu ordinata agli orefici di  Boston, e dalla penna di Mr. Dwight a febbraio uscirono queste parole, indirizzate oltre Oceano: “Caro Signore, Vi prego di porre attenzione, come segretario della LTA, ad un esperimento che stiamo tentando allo scopo, spero, di aumentare l’interesse verso il Lawn Tennis. Uno dei nostri giocatori ha messo in palio una Coppa per una sorta di sfida internazionale. Accludo alla lettera una bozza grezza del regolamento. Credo che dovremmo entrambi porvi una profonda attenzione, nei prossimi anni”.

Prima il Niagara, poi Boston

Gli inglesi accettarono, ma senza grande entusiasmo. A quell’epoca gli Stati Uniti erano reduci dalla guerra di Cuba con gli spagnoli, dove Wrenn contrasse la febbre gialla, e che lasciò tracce pesanti anche sul fisico William Larned. Dal canto loro i british erano impegnati nella guerra anglo-boera, e guardavano la prospettiva di una lunga traversata in nave con fastidio. I Doherty, per primi, si negarono. Per affrontare gli “harvardiani” fu allestito così un team che comprendeva Arthur W. Gore, il 32enne finalista della edizione 1899 dei Championships, nel ruolo di capitano giocatore; Herbert Roper Barrett, un 26enne avvocato di Londra forte soprattutto in doppio, e il ventisettenne Ernest Black, campione di Scozia e dello Yorkshire. Secondo i precari ranking del tempo, rispettivamente il numero 5, 13 e 6 del Regno Unito. Gore e Barrett viaggiarono in treno dalla stazione di Euston Street, a Londra, fino a Liverpool, dove si imbarcarono insieme a Black sul Campania, uno yacht della compania Canard. Durante il viaggio, fra l’altro, Barrett si chiuse un dito in una porta. Quando sabato 4 agosto il Campania attraccò a New York, “The Dauntless Three”, i Tre Impavidi, trovarono ad accoglierli solo un portaborse. “Visto che non sembrava esserci modo di allenarsi decentemente – ricordò Barrett – Decidemmo di andare a visitare la cascate del Niagara”. Ovviamente senza informare Davis & Co. Gli inglesi arrivarono a Boston il lunedì successivo, calmando il panico degli organizzatori, si riposarono al club Universitario e finalmente presero contatto con i campi di Longwood. L’inizio dei match era previsto per mercoledì 8, visto che Barrett il sabato successivo doveva tassativamente imbarcarsi per il ritorno. Il sorteggio fu svolto in piedi davanti alla club house e alle 2 del pomeriggio, davanti a un pubblico di circa 1200 anime la cui parte femminile risultò non sgradita agli ospiti, Davis e Black scesero in campo. Lo scozzese servì, e Davis, l’inventore della Coppa, si avventò sulla prima risposta della storia della gara. Sbagliandola.

“Un campo abominevole”

Il rivoluzionario stile di servizio degli americani, le condizioni del campo e l’abitudine di riposarsi dopo il secondo set sconvolsero gli ospiti. Su un’erba tagliata molto alta, Black vinse il primo set 6-4, ma perse gli altri 6-2 6-4 6-4. Quasi in contemporanea, sul campo a fianco, Gore, a disagio senza gli scarpini chiodati sul fondo scivoloso, crollò 6-1 6-3 6-2 contro Whitman. Davis e Ward il giorno dopo batterono Black e Black con un periodico 6-4, conquistando la vittoria e quella che fu presto definita “Dwight’s little pot”, la tazzina di Dwight. Il primo dei due ultimi, inutili, singolari fu interrotto da un temporale sul 9-7 per Davis, e a quel punto, vista la fretta di Barrett, fu deciso di dichiarare chiuse le ostilità. Seguì cena di gala al Somerset Club, fra grandi sorrisi, poi i tre british si infilarono in fretta sul treno notturno per New York. “Spesso ho riso – sostenne poi Barrett – all’idea che avevo viaggiato 6800 miglia per giocare appena 30 game”. Barrett in patria si esibì anche in una cronaca decisamente critica: “Il campo era abominevole – scrisse – Immaginatevi un campo in Inghilterra in cui l’erba sia la più alta possibile, raddoppiate l’altezza e avrete i campi di Longwood. La rete era un insulto al lawn tennis, sostenuta da corde così lente che ogni quattro cinque game si abbassavano di tre o quattro pollici costringendo ad intervenire. E riguardo le palle, non vorrei neanche iniziare a parlarne. Erano terribili, morbide e piene di pelo”. Non un grande esercizio di fair-play, va detto. L’anno successivo le “British Isles” non riuscirono neppure a raccogliere un squadra; nel 1902 Davis e Ward in doppio, e Whitman e Larned in singolare, sconfissero i Doherty e Joshua Pim al Crescent Athletic Club di New York. Nel 1903, di nuovo al Longwood, i Doherty riuscirono finalmente a sottrarre la Coppa agli yankee. Ma Davis non era più in squadra.

Generale e gentiluomo

Davis continuò a giocare a tennis, per divertimento, per tutta la vita, ma si tenne occupato con molte altre cose. Finito il College tornò a St. Louis e nel 1905 si sposò con Mary Brooks. Durante la Prima Guerra Mondiale servì come maggiore della 35esima divisioni Fanteria. In Francia si trovò a dividere la trincea con Harry Truman, il futuro Presidente degli Stati Uniti, guadagnandosi una medaglia per il coraggio dimostrato durante le battaglie di Baulny e Chaudron, nel 1918. Promosso Colonnello e insignito dopo la guerra anche della Legion d’Onore, nel 1920 tentò senza fortuna di farsi eleggere al Senato, ma rimase a lungo una delle eminenze grigie del partito repubblicano. Fra il 1925 e il ’29 fu Segretario della Guerra del Presidente Coolidge, poi governatore delle Filippine fra il ‘29 e il ‘32. Nel 1936, rimasto vedovo, si sposò di nuovo; nel ’42, sotto Theodore  Roosevelt, divenne responsabile dei Corpi Speciali dell’esercito, e finì la sua carriera da Generale. Fu uomo d’affari, banchiere, amministratore di successo, presidente della federtennis americana nel ’23, campione americano di doppio over 45 a 57 anni, nel 1936. Viaggiò molto. Nel maggio del 1945 ebbe un attacco di cuore. L’autunno seguente, poco prima del secondo fatale infarto che il 28 novembre lo avrebbe stroncato, ricevette la visita del suo antico amico Norman Brookes, lo stregone, allora a capo del tennis aussie. La sua Coppa, ormai diventata una competizione di dimensioni mondiali, era stata strappata da Bromwich e Qvist agli americani nel ’39 ed era poi rimasta in Australia durante la Seconda Guerra Mondiale. “Dwight stava morendo e lo sapeva” scrisse nelle sue memorie Mabel Brookes, la moglie di Norman che usava la Coppa come vaso per le peonie. “Non tenerti la Coppa troppo a lungo, Norman – disse Davis – Perché è nata per viaggiare e portare benefici allo sport in tutte le nazioni in cui viene ospitata. Se avessi saputo che sarebbe diventata così importante, Norman, l’avrei fatta fondere in oro, non in argento”.

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