Owens, il referee gay che tutti rispettano

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Nigel Owens, l’uomo che arbitrerà Italia Francia domani all’Olimpico, è uno degli arbitri più rispettati del rugby. Un referee autorevole, competente, ammirato. Simpatico, autoironico anche, ma fermo. La sua frase rivolta al mediano di mischia della Benetton e della nazionale azzurra Tobias Botes lo scorso anno in Heineken Cup è diventata addirittura una maglietta cult: «Non so se ci siamo incontrati prima, ma io sono l’arbitro». Tobias, che contro la Francia parte titolare, farà bene ricordarsene, come tutti si ricordano anche l’altra frase, sempre pronunciata in quella occasione e sempre finita stampata su una t-shirt. «This is not soccer», questo non è calcio, signori. In altre parole: qui non si litiga, non si simula, non ci si fa giustizia da soli. E soprattutto, qui – nel rugby – comanda l’arbitro.

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Nigel Owens è – anche – uno dei rugbisti più coraggiosi del mondo. Perché è gay, e lo ha ammesso pubblicamente ormai più di quattro anni fa, rompendo un tabù mica da poco. Il mondo dello sport è ancora largamente omofobo, il rugby ha fama di sport molto macho, il coming out di Nigel, gallese di Pontyberem, ha fatto scalpore ma – sorprendentemente per qualcuno – è stato accolto con serenità nel rugby, ed è stato seguito negli scorsi anni da quello di un altro monumento del rugby gallese, Gareth Thomas. Uno che è stato anche capitano dei dragoni, che ha sempre avuto fama di duro, e su cui a Hollywood stanno proprio ora girando un film.I pregiudizi del resto sono duri a morire, dietro certe coraggiosissime discese in campo ci sono storie difficili, che rasentano la tragedia. Owens prima di dichiararsi gay nel 2007 ha tentennato per anni, indeciso se liberarsi di una maschera di ipocrisia che gli stava stretta o rinunciare a sfidare i giudizi, spesso rozzi, della gente. «E’ stato molto difficile, ho anche pensato al suicidio», dichiarò nell’occasione Owens, oggi 41enne. «L’omosessualità è un tabù in questo ambiente. Non volevo mettere a repentaglio la mia carriera, ma sentivo di non potermi più nascondere».

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Certo, gli arbitri non sono popolari in nessuno sport. Il rugby però è disciplina per gentiluomini. «Ogni tanto qualcuno in campo mi dà del “bent ref” (arbitro con la schiena non diritta, ndr), ma poi subito si scusa: Oh, perdona Nigel, non intendevo in quel senso…». Ironia e autorevolezza, doti che nel rugby sono apprezzate. Meno, spiace dirlo, nel soccer, nel calcio, dove le regole diventano elastiche ma il pregiudizio anti-gay è granitico. «Da giovane amavo molto anche il calcio – ha scritto Owens nella sua autobiografia – e a un certo punto ho dovuto scegliere. Per fortuna ho scelto il rugby, perché se fossi stato un arbitro di calcio non so come sarebbe stata accolto il mio coming out».

Il rugby ha sempre avuto fama di sport per tutti: alti, bassi, veloci, grassi, grossi (adesso soprattutto grandi e grossi, va detto), la differenza nei gusti sessuali non ha colto Ovalia troppo di sorpresa.  In occasione dei Mondiali del 2007 l’ufficio del turismo di Parigi ci montò un’intera campagna nel Regno Unito. Target: i gay inglesi. Slogan: godetevi il rugby nella capitale dell’amore. Immagine: una mischia, fatta di avances più che di avanti, dove due coppie di piloni si baciavano (alla francese), una seconda linea birichina infila la mano sotto i pantaloncini del compagno e un flanker spinge a palmo aperto su un gluteo aggettante. Sì, perché da quando Max Guazzini, il patron dello Stade Francaise, si è inventato il calendario dei rugbisti nudi, nel quale hanno esibito i loro fisicacci anche i fratelli Bergamasco e Sergio Parisse, pare che la comunità gay si sia ovalizzata. Di più, estremi, mediani e terze linee (meno i piloni) sono stati promossi icone gay.

«Vederci come gay è eccessivo – spiegò qualche tempo fa in una intervista Marco Bortolami, ex capitano azzurro – Tutto è nato dal calendario dello Stade Fraçais, che viene acquistato per il 90 per cento da uomini. Ma bisogna stare molto attenti in che modo stimoliamo l’attenzione della gente». Non è una guerra contro il diverso:  «Che male ci sarebbe, se fosse accettato da tutti?  Invece si continua a trattarlo come qualcosa di scandaloso e folcloristico. Non ho mai sentito di colleghi gay, comunque anche questo ci fa capire quanto il modo di trattare il rugby in Italia sia ancora immaturo». Un altro azzurro del recente passato, Andrea De Rossi, sdrammatizza: “Siamo nel 2007, suvvia. Io di rugbisty gay non ne ho incontrati, anche se qualche voce circola. A ingolosire la stampa è l’immagine di uno sport macho, ma il calendario dello Stade lo possono comprare uomini e donne. Diciamo che io non lo guardo con la lente d’ingrandimento…».

Serge Simon, ex giocatore di livello internazionale e autore di un saggio sull’omofobia in Francia pensa invece che i preconcetti siano ancora ben radicati. «Il rugby è un ambiente basato su valori arcaici, e sulla rimozione di ogni traccia di femminilità. I rugbisti sono obbligati a mostrare costantemente di essere i più virili». Tranne quelli che, come i componenti dei Sydney Convicts, i reclusi di Sydney, dell’omosessualità fanno una bandierà e hanno organizzato anche serate “Full Monty” per finanziare la squadra. Omosessuale e rugbista, d’altro canto, era sicuramente Mark Bingham. Un eroe, il mediano di mischia dei Fogs, la squadra gay di San Francisco, che morì l’11 settembre 2001 tentando di ribellarsi ai dirottatori di uno degli aerei della strage, e a cui è intolata la Bingham Cup, il mondiale di rugby per squadre gay. Il coraggio non ha mai età, né razza, né sesso.

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