Djokovic, un acrobata da Grande Slam

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Bisogna essere duri, senza perdere la dolcezza. Che Guevara a dire il vero parlava di tenerezza, ma quella era guerriglia vera, mica guerrilla-marketing. E poi forse il comandante Djokovic assomiglia più ai militari yankees della seconda guerra mondiale che ai rivoluzionari barbudos. Dopo aver conquistato il suo terzo Australian Open di fila – il quarto in totale, il sesto Slam in carriera – battendo Andy Murray  in quattro set noiosi come una giornata in trincea, è entrato in sala stampa distribuendo cioccolata alla international press abbivaccata lì da quindici giorni. Una liberazione? «E’ un’abitudine che ho iniziato al Masters l’anno scorso, vorrei traformarla in tradizione. Salutiamoci in dolcezza». Facile, direte, essere sorridenti quando si vince, ma va ammesso che Novak, sempre più numero uno del mondo, al suo ruolo di Joker ci tiene. E ci lavora.

A ottobre fa sempre il suo ingresso al torneo di Bercy in tono con Halloween – l’anno scorso ad esempio indossando la maschera di Darth Fener – a Melbourne quest’anno si è divertito ad entrare in campo vestito da medico per curare quel pazzo di Leconte, e a stupire la flottiglia dei traduttori salutando Jie Zheng in mandarino. Si presta volentieri ai video virali dei suoi sponsor, l’amico di Fiorello. Il pubblico ridacchia e gode quando si concede qualche imitazione delle sue, i raccattapalle lo adorano.

«Anch’io ho i giorni storti in cui non mi va tanto di scherzare – precisa il re burlone – ma di solito sono ben conscio che fare questa vita, essere un tennista professionista, e per giunta avere successo, è una benedizione, anzi una fortuna sfacciata. E allora che altro puoi fare se non cercare di essere allegro e far divertire un po’ chi ti sta intorno?». Intrattenere, ma senza mai improvvisare quando si tratta di tennis.

Subito dopo la finale Novak ha smaltito tutti gli obblighi con i media e gli sponsor e poi è saltato sul primo aereo per l’Europa, senza neanche passare dal letto. Questa settimana lo attende il primo turno di Coppa Davis contro il Belgio a Charleroi, sulla terra battuta. Il lunapark del tennis ormai è ripartito, non si fermerà fino a dicembre e dopo l’ennesima dimostrazione di potenza fornita a Melbourne il sospetto è che quest’anno Djokovic possa far ripartire la più grande attrazione del circuito: il Grande Slam.

Dopo il botto di Rod Laver nel 1969 nessuno è mai riuscito ad accendere le luci dei quattro grandi tornei nello stesso anno solare. Federer e Nadal sono stati gli ultimi prima di Djokovic (nel 2011) ad andarci vicino, centrando tre palloncini su quattro, e la loro sfortuna è stata soprattutto di essersi messi vicendevolmente il bastone fra le ruote.

Djokovic non ha il Genio di Roger, né la grinta desertificante del Nino, ma può contare su una congiuntura storica favorevole. Babbo Federer è uno splendido 31enne, ma ormai fatica a reggere due match duri di fila, nel quinto set contro Murray venerdì lo si è visto elegantemente boccheggiare. Murray, il campione olimpico che domenica si è fatto distrarre da una piuma che pareva quella di Forrest Gump, commettendo un doppio fallo esiziale che gli è costato il tie-break del secondo set e forse la finale, nonostante la terapia-Lendl mentalmente non è ancora all’altezza di Djokovic. Resta Nadal, che tornerà in campo fra pochi giorni. Ma negli ultimi sei mesi l’eptacampeon del Roland Garros è stato un enigma avvolto in un mistero. Sarà ancora il vecchio Rafa, quello che rivedremo in campo a Vina del Mar e poi via via a San Paolo, Madrid e Roma, l’hidalgo guerriero capace di trasformare la stagione sulla terra battuta e soprattutto lo Slam francese in una cittadella inespugnabile?

Parigi è l’unica città del quadrilatero magico che ancora è sfuggita a Djokovic. L’anno scorso ci perse in finale proprio contro lo spagnolo, quest’anno l’assedio potrebbe finalmente avere ragione del Resistente. Il serbo non è il più forte tennista della storia, ma al momento ha più giovinezza di Federer, più testa (e cojones direbbero gli spagnoli) di Murray, più salute di Nadal. Fisicamente sembra Reed Richards, l’uomo di gomma dei Fantastici Quattro, impenetrabile ed estensibile. Tecnicamente è quasi completo, in più ha un’etica del lavoro calvinista e una fame che ricorda Hannibal Lecter. Se le mura della Gerico del Bois de Boulogne dovessero crollare, la via sacra del Grande Slam gli si mostrerebbe in uno scintillio inedito e ammaliante.

«Calma, calma – frena lui, con il solito sorriso da impunito – adesso c’è la Coppa Davis, poi la stagione indoor e sul cemento, poi di nuovo la terra. Al Roland Garros mancano cinque mesi. Sicuramente a Parigi voglio arrivare fino in fondo, l’anno scorso ho disputato una grande finale contro Nadal, che sulla terra rimane sempre il favorito assoluto. Ma se continuo a giocare bene, e a stare in salute, ho una chance di farcela». Quello che conduce al Grande Slam è un sentiero accidentato e minato, oltre al talento servono buona sorte e un’ottima polizza contro gli infortuni.Quando nel 1969 Rod Laver lo chiuse per la seconda e ultima volta fra i maschietti fu più volte a un passo dal fallimento, prima con Tony Roche in Australia, poi con Dick Crealy a Parigi, addirittura con l’indù Premjit Lall a Wimbledon.

Dalla sua Djokovic ha anche la capacità di programmarsi sempre bene, con una avvedutezza che corteggia la cautela. Nadal, per un eccesso di generosità, negli anni scorsi spesso ha giocato quando probabilmente non avrebbe dovuto, affaticando più del necessario le sue esauste cartilagini. Nole appena sente un muscoletto sospirare marca visita, preservandosi per i match di gala. Lo attende una lunga strada, da affrontare con le giuste dosi di ferocia e dolcezza. «Comunque sia – ha concluso ieri in sala stampa – ci sarà un sacco da divertirsi, non credete?».

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