Stephens, la nuova Williams

Stephens

Brad Gilbert, l’ex coach di Agassi, la chiama Sloane Ranger, come un’eroina di un action movie. Sloane di cognome fa Stephens, ha 19 anni, è nera, americana, ed è una versione compatta di Serena Williams. Le due si erano incrociate qualche anno fa in uno spogliatoio, ieri si sono scontrate per la prima volta in uno Slam e la gattina ha finito per shoccare la panterona (3-6 7-5 6-4). Conseguenze: la Williams saluta (per ora) il sogno di tornare n.1; la Stephens è sbarcata nella sua prima semifinale Slam, perdendola contro poi Vika Azarenka (non senza aver procurato un attacco di panico alla n.1 del mondo), ma presentandosi sfacciatamente al mondo. «Da piccola in camera avevo il poster di Serena», ha ridacchiato dopo i tweet di complimenti che le spno arrivati da Dirk Nowitski e del suo cantante preferito John Legend. «Ora forse avrei bisogno di un poster di me stessa». Modesta, no?

Questi Australian Open per lei sono stati la cronaca di un avvento annunciato. Era da due  o tre anni che Sloane era entrata nel radar delle promesse. Da quando Serena l’aveva notata («vidi questa ragazzina nera come me e le dissi “ehi, come te la passi?”») era diventata una sorta di protegè delle Williams sister, e una erede che attendeva solo il battesimo ufficiale.

Sloane, va detto, non ha avuto sempre vita facile. E’ figlia di Sybil e di John, un ex running back dei New England Patriots  naufragato nell’alcool e in una accusa di stupro. Padre e figlia per anni non si erano neppure parlati. John aveva riallacciato i rapporti (telefonici) quando si era ammalato di tumore, a troncare la conversazione era arrivato un incidente d’auto nel 2009, proprio mentre Sloane era impegnata agli Us Open u.18. La storia della ragazzina che ebbe il permesso di assentarsi dal torneo per volare ai funerali del padre commosse l’America, ma da allora per Sloane sono arrivati più sorrisi che lacrime. Coccolata da mamma Sybil e dal nonno che la segue via internet (davanti alla “macchina” come la chiama lui), Sloane si è inserita nella dinastia di tenniste afro-americane fondata da Althea Gibson (prima nera a vincere uno Slam, nel ‘56 a Parigi), continuata da Leslie Allen (n.17, prima a vincere un torneo pro dpo la Gibson), Zina Garrison (finalista a Wimbledon ’90), Lori McNeil (n.4 Wta), e culminata con la straordinaria epopea delle Williams.

Potente, decisa, magari ancora un poco lenta negli spostamenti, a 19 anni è l’unica teen-ager fra le top-50 Wta, e l’unica americana insieme ad Alexandra Stevenson (la figlia naturale di Doctor J) e alle Williams ad aver raggiunto così giovane una semifinale di uno Slam dal 2001.

Dopo la vittoria su Serena i suoi follower su Twitter sono passatti in un baleno da 17.000 a 35.000, e Sam Querrey ha iniziato a sfidarla su chi sarà il tennista americano di miglior classifica fra uomini e donne. Per ora è in testa Sloane, che alla fine degli Australian Open atterrerà a quota 17. Sul suo futuro comunque la Stephens  ha le idee chiare. L’obiettivo a breve è regalarsi un paio di sandali di Jimmy Choo, quello a lungo termine è impadronirsi del tennis. «Non credo che io e Laura giocheremo più sul campo n.2 – ha detto dopo aver vinto il derby fra future regine con l’inglese Robson – perché io e lei diventeremo la Federer e la Nadal del tennis femminile». Il futuro, Serena e Vika permettendo, è adesso.

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