Omero a Melbourne

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Il Roland Garros è chic, gli Us Open sono hard, Wimbledon è Wimbledon. Gli Australian Open sono l’Iliade, l’Odissea, un poema variopinto, assolato e neo-omerico. Lasciate perdere l’elefantiasi fulminante che colse Isner e Mahut a Wimbledon tre anni fa, se dovete pensare a match che sconfinano nell’epos – visto che quello è lo sport al suo meglio, una versione moderna dell’epica, qualcosa che si incide nella mente e secerne emozioni, parametri e memoria -, se volete elencare match pantagruelici e sadomaso, allora dovete fare tappa qui, sulla piana di Melbourne Park, sotto le porte scee del tennis.

Due giorni fa leggenda dello Slam che commuove e scarnifica si è rinnovata, Novak Djokovic e Stan Wawrinka si sono massacrati di splendido tennis per 5 ore e 2 minuti, cinque set (1-6 7-5 6-4 6-7 12-10) che hanno rinfrescato il ricordo di quel teatro della crudeltà anche fu la finale dello scorso anno, quelle cinque ore e tre quarti di misticismo e autolesionismo no-limits, qualcosa al confine fra Artaud, la Body art e il bondage che misero in scena lo stesso Djokovic e Rafa Nadal.

Anche stavolta, in mezzo a tanto splendore (ehi, avevate mai pensato che il timido Stan fosse capace di tanto tennis?), si è flirtato con il dolore. Novak alla fine, quando in Australia erano quasi le due di notte, si è lacerato la maglietta come un performer scatenato (o come il vecchio Andrew Ilie, se preferite l’understatement), Wawrinka è crollato a terra, stravolto dalla stanchezza e dai crampi, uscendo poi in lacrime dal campo.

Sangue, tennis e Rod Laver Arena. Come nel 2008, quando Hewitt e Bagdatis si presero a pallate per cinque set fino alle 4 e mezzo di mattina di Melbourne, o nel 2003, quando Roddick e l’allampanato prence marocchino Younes El Aynaoui finirono solo 21-19 al quinto set, dopo 300 minuti di faida illuminata da un fair-play mitologico, stile Oreste e Pilade. «Sono i match per cui vivi, quelli per cui noi giochiamo a tennis – ha detto oggi Nole -. Però adesso per favore avete qualcosa da suggerirmi per riuscire a dormire?».

Non è stata la prima partita estenuante del torneo, probabilmente non sarà l’ultima.

A inizio settimana Blaz Kavcic era finito su un lettino nell’infermeria del torneo, stremato dai cinque set, vinti peraltro, contro James Duckworth. Lo avevano anche curato con un farmaco inadatto, e lui aveva creato scompiglio sostenendo (per celia) di essere finito sotto morfina. Ieri invece era toccato a Gilles Simon uscire dal campo dopo l’8-6 al quinto contro le copine Monfils con un luna-park di crampi accesi in tutto il corpo. «Ne avevo persino sul mento, in luoghi dove non ci sono neppure muscoli», ha sorriso il francese che prima di riuscire a trascinarsi a letto è rimasto per quatro ore sul lettino del massaggiatore. Due mattine dopo gli è toccato sfidare Andy Murray, sotto il sole cocente del più mutevole, ovidiano, feroce e brividoso degli Slam. E ha perso. Hic Australian Open, cari tennisti, hic salta.

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