Laver. «Il Grande Slam non è impossibile»

rod laver

Gli Australian Open entrano nel vivo, chi alzerà la coppa a fine settimana resterà l’unico in grado di dare la caccia al Graal del tennis, il Grande Slam, ovvero la vittoria nei quattro majors nello stesso anno solare. Nadal, Federer e Djokovic sono fra gli ultimi che hanno tentato l’assalto, ma l’ultimo capace di portarlo a termine resta Rod Laver, che se lo aggiudicò sia nel 1962 da dilettante sia nel 1969 da professionista. Laver, il Più Grande, oggi ha 74 anni e vive a Carlsbad, in California. Qualche tempo fa ho avuto modo di intervistarlo, ecco le sue opinioni sul tennis di ieri e di oggi.

Mr. Laver, si è mai chiesto: ma come ho fatto? Dopo di lei, nessuno.

“Mettiamola così: sono stato bravo e fortunato a farlo succedere. Per vincere un Grande Slam non devi sbagliare una partita, non devi avere infortuni. Non c’è nulla di garantito”.

Lei ce l’aveva già fatta nel 1962, da dilettante. Quale dei due Slam fu il più difficile?

“Il secondo, nel 1969. Nel 1962 la tensione forse era più grande, perché dopo Don Budge nel 1938 nessuno c’era più riuscito. Ero più nervoso. Ma nel 1969 la competizione era molto più dura, perché c’erano i professionisti”.

Pensò dall’inizio: “posso farcela”?

“Sì, pensavo di potercela fare. Ma sapevo anche che la strada passava per otto mesi di tennis ad altissimo livello: non una cosa facile. All’inizio prendi un match alla volta. La tensione arriva tutta alla fine, quando capisci che il traguardo è vicino. E’ lì che bisogna tenere duro”.

Primo match contro Massimo Di Domenico, un’italiano. Poi la semifinale con Tony Roche, durissima…

“La partita con Roche fu lunghissima, più di quattro ore, e faceva un caldo infernale. Avrei potuto perderla, e il mio Slam sarebbe finito prima di iniziare”.

Nel quinto set una famosa chiamata dubbia la favorì…

“Le chiamate dubbie dipendono da come le guardi! Ne ho avute tante contro, tante a favore. Gli atleti tendono a sopravvalutare certi episodi: se avessi messo dentro quello smash, se non avessi sbagliato quel dritto… Anche a Wimbledon mi trovai in difficoltà, contro Premjit Lall, un indiano che tirava fortissimo il servizio. E lo tirava quasi sempre dentro.  Per due set non riuscii a giocare. Come ho detto: serve anche la fortuna”.

Dicono che lei sia il più forte di tutti i tempi: obiezioni?

“Non mi sono mai voluto mettere in classifiche del genere, perché sono impossibili. L’importante è essere stato il più forte nella propria epoca. Mi sembra sufficiente”.

Chi sono stati i suoi più grandi avversari?

“Roy Emerson quando eravamo entrambi dilettanti. Poi probabilmente Ken Rosewall, insieme a Lew Hoad e Pancho Gonzalez. Con Rosewall abbiamo giocato tanti match straordinari quando eravamo banditi in quanto professionisti, e non li ha visti quasi nessuno. Che peccato”.

I “pro” erano molto più forti dei dilettanti?

“Assolutamente sì. Come il giorno e la notte. Quando arrivai fra i pro, nel ’63, per me fu uno shock. C’è tutta una storia parallela del tennis che pochi conoscono. Dovremmo rivedere tutte le classifiche”.

Lei a 36 anni battè il 18enne Borg: era più bravo anche dell’Orso?

“Lo ha detto lei. Comunque sì, è capitato”.

Roger Federer ha vinto 17 tornei dello Slam, lei 11 ma per 5 anni le fu proibito di giocarli. Rimpianti?

“No, perché scelsi io di passare pro, nessuno mi obbligava. Già nel ’61 c’era stata la proposta di rendere il tennis Open (che poi partì nel ’68, ndr), e quando fu bocciata ci rimanemmo male tutti. Chi non avrebbe preferito giocare Wimbledon e il Roland Garros invece che sbattersi spesso nelle palestre di qualche college americano, guidando tutta la notte per finire in posti che nessuno conosceva? Ma è andata così”.

Federer è il Laver di oggi?

“Difficile dire chi è il Laver di oggi, perché il tennis è troppo cambiato. Federer è un grande campione, unico nel suo genere. L’ho conosciuto in Australia nel 2006, quando gli consegnai la coppa, fu emozionante vederlo piangere”.

Cosa ha di unico?

“Gioca come facevamo noi, senza usare solo la forza. Guardi, io seguo i grandi tornei, posso dirle che i tennisti giocano meglio di un tempo. Noi sbagliavamo molto di più. Il merito è anche delle racchette, che però hanno cambiato lo stile di gioco: oggi picchi più forte che puoi. E se la palla ti torna indietro, la picchi ancora più forte: un po’ frustrante. Perché il tennis non è solo muscolo, ma tattica, psicologia. Questo un po’ si è perso”.

Nadal le piace?

“E’ fortissimo, mi ricorda un po’ Manolo Santana per come sa “pensare” il tennis sulla terra battuta”.

Qualcuno riuscirà di nuovo a fare il Grande Slam?

“Federer ha avuto un paio di occasioni. Non ci fosse stato Nadal, ci sarebbe riuscito. Ma credo che abbia una chance anche nel futuro. No, lo Slam non è impossibile”.

Oggi Laver come giocherebbe a rete o a fondo campo?

“Cercherei di combinare le cose. Diciamo alla Federer”.

Wimbledon è sempre il torneo più bello del mondo?

“Non ci sono dubbi. Anche con il tetto sul centrale”.

Non le sembra un sacrilegio?

“No, il mondo va avanti. Le racchette di legno non torneranno mai, inutile cercare di fermare il progresso. Anche il replay in campo mi piace, aggiunge qualcosa. Tutto sommato è un buon momento per il tennis”.

Forza bruta a parte, ci sarà qualcosa che cambierebbe?

“Adesso girano più soldi, è questo è positivo. Ma così i tennisti guadagnano molto e smettono prima. A 30 anni hanno voglia di fare altre cose. Noi duravamo di più”.

Era meglio, per gli spettatori.

“Forse era meglio anche per i giocatori”.

 

 

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