Boateng, da Busto all’Onu

Kevin-Prince-Boateng-11

Una pallonata ti cambia la vita. O per lo meno ti cambia la prospettiva. Kevin Prince Boateng nel mezzo di una stagione così così, nell’amichevole  contro la Pro Patria a Busto Arsizio ha ha azzeccato il tiro giusto, colpendo al cuore la questione scabrosa del razzismo negli stadi italiani. Grazie a quel gesto, nobile e controverso insieme, il 21 marzo volerà alla sede delle Nazioni Unite di Ginevra per partecipare alla Giornata Internazionale per l’eliminazione delle Discriminazioni Razziali. Un evento che si tiene dal 1966 e che coinvolgerà anche il quartier generale dell’Onu a New York, quest’anno con un tema che pare tagliato su misura addosso a Boateng: “Sport e razzismo: diamo un calcio al pregiudizio”. Chi meglio di lui per spiegare come a volte per fare gol si possa mirare anche fuori dal campo, dritto verso la coscienza di tutti?  «Questo evento – scrive il Milan sul proprio sito – che segue la storica decisione del giudice sportivo di ieri in ordine cronologico, e che sul piano dei principi e dei valori è un ulteriore attestato di vicinanza al Milan e al suo giocatore dopo i fatti di Busto Arsizio, riempie d’orgoglio tutto il club rossonero e tutti i suoi tifosi». Una dimostrazione, soprattutto, che davanti ai soprusi l’importante è dire un no fermo, come quello che oppose Simone Farina a chi cercava di trascinarlo nel gorgo di calciopoli. L’integrità di Farina è stata premiata dalla Fifa nel 2011 alla serata del Pallone d’Oro, un po’ meno da chi avrebbe dovuto/potuto offrirgli un ingaggio. Boateng fino a qualche settimana fa era un campione in mezza crisi, invidiato per le sue frequentazioni femminili e che girava in Via Montenapoleone in gonna-panalone, attirandosi le critiche dei tifosi più sensibili alla classifica che al glamour, la chiamata dell’Onu lo trasporta in una dimensione superiore a quella quotidiana delle polemiche da cortile italico. L’augurio è che l’occasione venga sfruttata al meglio da tutti: da Boateng, dal calcio e dall’Onu. Estraendone il potente significato simbolico, ma senza creare piedistalli di demagogia ad un gesto che rimane la reazione di uno sportivo, non la scelta di uno statista.

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