La lezione di Evonne

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«Sì, c’è una cosa che l’Occidente può imparare dalla mia gente. E’ un concetto semplice, sta in due frasi: prenditi cura degli altri. Prenditi cura della tua terra».

Quando Evonne Goolagong giocava a tennis, ha scritto un antico giornalista inglese, «era come vedere un’antilope saltare su un veldt sudafricano o una tigre lanciarsi su una preda». Portava luce, danzando nell’aria con la sua pelle color nocciola, i riccioli dorati, i gesti eleganti, leggeri, spietati.

Evonne, la prima campionessa aborigena, venuta dall’Australia molto prima di Cathy Freeman a mostrare i miracoli atletici di un popolo gentile, sapiente, umiliato. La prima (e per ora ultima) aborigena capace di vincere Wimbledon e il Roland Garros nel ‘71, ad appena vent’anni, di prendersi quattro Australian Open, quattro finali a New York, e la Fed Cup. Di uscire e rientrare nel tennis come in un “walk-about” indigeno, rivincendo uno Slam da mamma, molto prima di Kim Clijsters, nel 1980, a Wimbledon, contro la Signorina di ferro Chrissie Evert.

Dopo il tennis, per vent’anni, diventata signora Cawley, ha abitato negli States. Nel ’91 sua madre, la bella e saggia Melinda, è morta e lei ha deciso di tornare all’ Origine. Di abitare a Noosa, del Queensland oggi devastato da alluvioni e uragani, e rivedere Barellan, paesino di 900 anime nell’outback australiano dove i Goolagong, quando Evonne nacque nel luglio 1951, erano l’unica famiglia aborigena. Ha seguito il serpente, l’animale-guida dei suoi antenati, ripercorso le vie dei canti dormendo in tenda. In una notte magica ha ascoltato gli avi abitare la sua anima e capito che suo padre Larry, pastore nomade e campione di golf locale, «sapeva esattamente il suo posto nell’Universo, e che la Old People, gli aborigeni vivi e morti, non conoscono il sentimento dell’odio».

Oggi Evonne Goolagong ha quasi sessant’anni, vive ancora a Noosa, non gioca più a tennis. «L’anca me lo impedisce. Ma lo guardo ancora, specie se c’è Federer in campo», sorride luminosa come sempre. «Ho visto anche la vostra Schiavone: a Parigi ha battuto un’australiana, Sam Stosur, ma l’ho ammirata. Che giocatrice fantastica: una guerriera”. Tutta la sua svelta, morbida efficacia oggi Evonne la usa per avvicinare i giovani aborigeni allo sport, attraverso il suo personale “camp” e in collaborazione con la federtennis australiana, che proprio agli Australian Open ha annunciato un nuovo stanziamento di 750.000 dollari per i progetti che tanto le stanno a cuore. «Il Goolagong Development Camp è al settimo anno (oggi ormai ottavo, ndr)», spiega. «E’ dedicato a ragazzi aborigeni, tennisti da un po’ tutta l’Australia. Ai ragazzi più promettenti diamo borse di studio, oggi con noi ci sono 5 coach “indigeni” in grado di insegnare ovunque. Il mio obiettivo è trovare fondi per far funzionare il camp tutto l’anno, e in tutta l’Australia. Lavoriamo insieme con Tennis Australia, ma non è facile trovare soldi per le racchette, per l’abbigliamento da dare ai ragazzi. L’estate scorsa ce n’era uno che giocava con gli infradito, le scarpe da tennis che gli abbiamo dato sono state il primo paio di scarpe in assoluto della sua vita. Il prossimo fuoriclasse aborigeno? C’è una 14enne molto promettente. Si chiama Ashleigh Barty, ha le qualità per diventare forte». Ashleigh oggi ha sedici anni, ma due anni fa ha già iniziato ad imitare Evonne vincendo il torneo under  18 di Wimbledon.

Nel 1974 la Goolagong accettò di partecipare, come “onorary white”, “bianca per meriti” a un torneo nel Sud Africa dell’apartheid, molti in Patria non glielo perdonarono. Qualcuno, ancora oggi, pensa che Evonne avrebbe dovuto alzare più la voce per difendere i diritti degli aborigeni, umiliati per decenni dalla politica cruda dei vecchi governi “aussie” di Menzies, e oggi spesso avviliti dalla disoccupazione e dall’alcolismo. «Lottare per i propri diritti? Credo che per me sia più importante avvicinare i giovani allo sport, dare loro una chance», risponde con un lampo metallico nello sguardo la ex ragazzina prodigio adottata tennisticamente dal guru tennistico (e molestatore) Vic Edwards. La cucciola di campionessa che viveva nella sede abbandonata del quotidiano locale, il “Barellan Leader” («una baracca di latta»), recuperava palline sgonfie nella carcassa di una vecchia Chevrolet, giocava scalza e a volte doveva saltare i pasti. «A Noosa una volta organizzai una vendita di vestiti e racchette per raccogliere fondi per la gente Pitjantjatjara, per le donne che mi hanno accolto fra di loro. Oggi collaboro con l’Indigenous Land Corporation, che si occupa di ricomprare terra per gli aborigeni dallo stato e dare loro un’opportunità. Ci sono ancora problemi per gli aborigeni, per risolverli occorre creare posti di lavoro. Nel resort di Uluru (il nome aborigeno di Ayers Rock, ndr) c’è solo una persona aborigena impiegata: triste, no? Quando ero giovane gli aborigeni non potevano neppure entrare nei circoli tennis, e si dedicavano al calcio, al football australiano, al rugby. Molti ragazzi indigeni hanno grandi riflessi, perfetta coordinazione fra occhi e mani: io voglio che giochino a tennis. Se quando ero ragazzina non ci fosse stata la gente di Barellan a comprarmi vestiti e le valigie per andare a Sydney, non sarei qui. Il mio compito ora è di fare lo stesso con altri bambini».

E’ un viaggio antico che continua. «Sì, sto ancora seguendo il serpente, sto ancora imparando molto sulla cultura del mio Paese e sulle mie origini. Io sono una Wiradjuri Koori, una donna della tribù Wiradjuri, il mio cognome in quella lingua si pronuncia gulagallang, e significa “grande gruppo”, ma anche teppaglia. Il mio primo sogno è stato vincere gli Australian Open, poi Wimbledon. Il terzo è insegnare quello che ho imparato. I ragazzi che incontro non sanno chi sono. Spiego loro che ho vinto 93 tornei, che ho incontrato il Presidente degli Stati Uniti e la Regina d’Inghilterra, che ho viaggiato in tutto il mondo. Poi prendo un pezzo di legno, come quello con cui giocavo da bambina, faccio vedere come ho iniziato. Spalancano gli occhi, e io dico loro che puoi iniziare ovunque, con qualsiasi cosa, se davvero hai un sogno. E che se lo sogni abbastanza forte, si realizzerà».

 

 

 

 

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Comments

  1. Salvatore De Simone says:

    Bel articolo. Complimenti per il sito, Stefano. A proposito, se ti serve una mano per traduzioni, ricerche ecc fammi sapere; ti aiuterò volentieri. Ciao, Salvatore

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