Villeneuve, l’ultimo mito

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De André aveva torto, quello che non abbiamo oggi – nelle corse – è quello che più ci manca. Gilles Villeneuve, il piccolo uomo delle grandi corse, il canadese volante che l’8 maggio del 1982 a Zolder decollò una volta di troppo, sopra la March di Jochen Mass, in un pomeriggio di prove spezzato dalla tragedia. Villeneuve come Nuvolari, perché era fatto dello stesso concentrato di grinta, nervi, muscoli, talento e coraggio. «La prima volta che lo incontrai – raccontava Enzo Ferrari – rividi in lui il fisico di Nuvolari e mi dissi: diamogli una chance». Nuvolaneuve, oppure semplicemente Gilles, un soffio, un taglio di sillabe che ancora oggi non ha bisogna di un’anagrafe più completa: basta il nome, basta il ricordo, un lampo rosso Ferrari che si apre su un’epoca che non c’è più eppure sta lì, accostatata all’anima.

Provi a spiegare a un ragazzino chi era Villneuve e ci riesci. Perché è facile, come incantarsi davanti ad una canzone dei Beatles. «Gilles incarnava uno spirito: la voglia di essere il più veloce, di andare avanti a qualunque costo. E credo che anche i giovani possano comprenderlo». Joanna Villeneuve è la moglie di quello che per Jody Sheckter, campione del mondo con la Ferrari nel 1979, resta «una specie di diavolo, il più veloce pilota della storia della F.1». La custode della memoria, la madre di Melanie e Jacques, la donna a cui prima di ogni gara Gilles affidava il suo bene più prezioso: il tempo. «Veniva da me, mi dava il suo orologio, mi baciava e diceva: “aspettami, non ci metterò molto”».

Villeneuve non ci metteva mai molto. Con le dragster, con le motoslitte, poi con la monoposto di Formula Atlantic con cui impressionò James Hunt. Il debutto con la McLaren, gli anni da favola con la Rossa. Forse l’unico appuntamento a cui arrivò in ritardo fu proprio quello con la F.1, a 27 anni, e allora decise di togliersi due anni, l’unico vezzo di una carriera vissuta col vento in faccia. «Il bello di mio marito è che diceva sempre quello pensava, senza compromessi. Una bella persona con cui stare».

Chi è abbastanza anziano da ricordare le sue gare nelle foto della mostra ritroverà un concentrato di emozioni non diluibili. 1978, Gilles che vola sopra Clay Regazzoni a Long Beach. 1979, Gilles che si prende a sportellate con Renée Arnoux nel Gp di Francia, la pietra di paragone di tutti i duelli di F.1. 1981: gli indimenticabili 50 giri in testa, al Jarama, tenendo a bada tutti con l’estro di un domatore folle ma correttissimo. «E’ la gara di cui mio marito andava più fiero – spiega Joanna – Perché quella gara mostra esattamente ciò che era: anche con una macchina più lenta riuscì a vincere, senza buttare nessuno fuori di pista, badando solo a non farsi passare». Il Villeneuve dei sorpassi estremi e delle carezze dolci ai figli che si portava dietro nel paddock, tutti insieme in un motorhome famigliare e romantico. La tromba che suonava malissimo, i sorrisi inediti che sapeva strappare al Drake.

«In lui l’uomo non era diverso dal pilota», continua Joanna. «I suoi valori erano l’onestà, la lealtà, la franchezza. Mi faceva impazzire perché era sempre in ritardo, lavorava alla sua macchina e non si accorgeva del tempo che passava. Però era dolcissimo con i suoi figli, forse la cosa che lo rendeva più felice era sciare con noi nella casa che avevamo in Canada». Pochi amici, ma veri, fra i colleghi. «Jody Sheckter, Patrick Tambay. Non era un tipo mondano, ma con loro c’era un legame forte». Nelle Formula 1 di oggi, dove il lato umano spesso è annegato nel business, secondo Madame Villeneuve Gilles si sarebbe comunque trovato a suo agio: «la F.1 è molto cambiata, ma per vincere devi avere lo stesso desiderio di competere. Credo che oggi Gilles gareggerebbe con lo stesso spirito di allora. Oggi le corse sono molto più sicure, ma non credo che questo ne abbia intaccato il fascino».

Jacques, il figlio che nei risultati ha superato il padre diventando campione del mondo di F.1, l’8 maggio scorso ha guidato la Ferrari 312 T che Gilles e Sheckter condussero al titolo costruttori nel 1979. L’8 maggio di trent’anni fa, quando un Villeneuve ancora furioso per lo sgarro subito a Imola dal suo amico e compagno di squadra Didier Pironi corse incontro alla morte, Joanna non era a Zolder. «Ero rimasta a Monaco, Melanie doveva fare la prima comunione. Jody Shecketer mi chiamò: “corri in Belgio, Gilles ha avuto un incidente terribile”. Dalla sua voce capii subito tutto». Ma molto rimane, fra i ricordi chiari e i ricordi scuri. «Ogni tanto dei ragazzi che non l’hanno mai visto correre mi parlano con rispetto e dolcezza di lui, e questo mi commuove. Credo che oggi Gilles possa essere ancora un modello per loro. L’esempio che sei vuoi veramente qualcosa, puoi ottenerlo».

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