Il cricket al tempo dei Talebani

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Geoff Lawson è australiano e di mestiere allena giocatori di cricket, non calciatori bizzosi. Non conosce nè Cassano nè Balotelli. Probabilmente, come il suo collega Jose Mourinho, non si ritiene un pirla ma qualche problemino di puntualità, con i suoi ragazzi, lo ha avuto anche lui. Quattro anni fa, quando, dopo la misteriosa morte del suo predecessore Bob Woolmer durante la Coppa del mondo del 2007 in Giamaica, diventò il ct del Pakistan.

«Ero andato a visionare Fazl-e-Akbar – ha raccontato Lawson al Sydney Morning Herald – uno stakanovista, con 13 anni di grande criket alle spalle. Ma quando arrivai allo stadio mi sorpresi di non vederlo nemmeno in tribuna». Uno dei tecnici locali sorrise e fece spallucce: «Oh, è un gran bravo ragazzo. Stavolta però non ha fatto in tempo». Una bisboccia di troppo? No. Il Punjab non è Appiano Gentile. «Fazl vive nel Beluchistan, e per arrivare a giocare deve attraversare un traforo che chiamano Khojak Tunnel. I Talebani si erano impadroniti del tunnel e per lui era diventato impossibile arrivare in Punjab da casa sua. Quando l’ho incontrato si è scusato di persona, mi ha detto che i talebani in genere non sono antipatici, ma che stavolta per arrivare al campo aveva dovuto aspettare tre giorni…».

Il cricket arrivò in quello che oggi è il Pakistan dall’Inghilterra al traino dei baffuti, sportivi e molto nostalgici funzionari della Compagnia delle Indie all’inizio del XVIII secolo. Ha contagiato indu e musulmani, è diventato una (ricchissima) religione in India e, dopo la secessione del 1948, un credo altrettanto forte in Pakistan. L’unico sport che i talebani, che oggi spadroneggiano in molte zone del Paese, da dove poi penetrano in Afghanistan, non hanno avuto il coraggio di vietare. Ma che le loro azioni di pattuglia e di guerriglia, e più in generale il terrorismo assortito che piaga la regione, possono ostacolare. Anche tragicamente: il 3 marzo del 2009, in un attentato terroristico contro il pullman della squadra di cricket dello Sri-Lanka che si recava allo stadio di Lahore proprio per incontrare il Pakistan, furono feriti 7 giocatori e assassinati 8 membri della scorta. Cricket, politica e religione del resto da quelle parti sono robustamente intrecciati. Imran Kahn, ad esempio, il Roberto Baggio del cricket pakistano, lasciato lo sport è diventato oppositore prima di Benazir Bhutto e poi dell’altro ex presidente Pervez Musharraf e del suo “Movimento per la giustizia”, sospettato di un rapporto ambiguo con l’estremismo islamico – e da Musharraf fu persino incarcerato nel 2007. Da sempre  gli incontri fra India e Pakistan sono più simili a match ideologico-militari che a partite del gioco che, da sempre, simbolizza l’essenza stessa del fair-play. Durante la Coppa del Mondo del 2003 un commentatore della tv australiana si lasciò sfuggire che «c’è sempre una particolare interesse quando si affrontano India e Pakistan, perché fra di loro ci sono state tre guerre. Non ci sono state guerre dopo il ’71, quindi il match di oggi si preannuncia ancora più eccitante».

Negli ultimi anni era stata la cosiddetta “diplomazia del cricket” a riaprire il dialogo fra i due Paesi, ma il terribile attentato del dicembre 2008 a Mumbai – per il quale i servizi indiani hanno ipotizzato un passaggio in Pakistan del commando – ha fatto saltare la tregua sportiva. «Nessuno vorrà più venire a giocare da noi», esalarono gli sconsolati dirigenti dopo il massacro di Lahore. E non avevano torto. Oggi il barbutissimo capitano della nazionale pakistana si chiama Mohammad Yousuf. E’ cresciuto in una povera famiglia di Lahore, giocando per strada con un bastone e una pallina da ping-pong ricoperta di nastro adesivo. Da giovane si chiamava Yousuf, e i suoi genitori sono cattolici. Ha frequentato il collegio Don Bosco, è stato il quarto non-musulmano ad arrivare in nazionale, nel 2005 ha deciso di convertirsi: «andavo a messa ogni domenica, poi ho cominciato a frequentare i musulmani e ho visto che erano brava gente. E’ il profeta che mi ha chiamato. Da piccolo non ero sicuro di poter giocare per il Pakistan, ma grazie ad Allah ci sono riuscito».

Lo pseudo-Balotelli con cui si trovò alle prese Lawson si chiama invece Mohammad Amer. Allora un 17enne – anche se il coach australiano dubita delle inaffidabili carte d’identità pakistane – che fu cacciato dal suo primo raduno con la nazionale per essersi presentato in ritardo. Il ct australiano sbattè in faccia ad Amer i tempi necessari a percorrere gli 80 chilometri fino al campo sulla strada normale, e gli indicò il cancello dell’uscita. Gli anziani del team presero da parte l’impaziente australiano e gli spiegarono che il ragazzino, a causa dei talebani, ne aveva dovuti percorrere 120 arrampicandosi fra i boschi e le colline. «Il concetto mi entrò definitivamente in testa – ha spiegato con amara ironia Lawson – quando Umar Gul, uno dei miei lanciatori, mi spiegò che a casa teneva una pistola, cinque mitragliette AK47 e persino un piccolo cannoncino nel caso i talebani avessero deciso di fargli visita». Al confronto, gli arsenali tascabili degli isterici divetti della NBA sono balocchi.

«E’ la natura di quei posti», continua Lawson, che nonostante i grattacapi, i talebani e un brutale siluramento confessa di aver conservato un buon ricordo dei 15 mesi passati in Pakistan. «Noi occidentali viviamo in città confortevoli e noiose. Molti dei miei giocatori vivevano in villaggi sperduti, e nei supermercati pakistani ci sono guardie con il mitra. Ma non ho mai trovato gente più ospitale, e laggiù il cricket è un fatto di passione. Conta la maglia, non solo i soldi come in Australia». Una passione a volte surreale. Da giocatore a Lawson era capitato di incontrare la Regina d’Inghilterra ai Lord’s. In Pakistan, dopo una vittoria contro l’India, gli telefonò per congratularsi l’allora presidente Musharraf, che giusto due giorni prima aveva incarcerato la sua oppositrice Bhutto e dichiarato lo stato di emergenza.  «Amico, grazie della chiamata – rispose Lawson – ma vogliamo parlare di democrazia?».

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