La legge di Vince

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Se amate il cinema conoscete Al Pacino. Se amate Al Pacino avete visto “Ogni maledetta domenica”. Se amate quel film, l’America e il football sapete che il discorso con cui Al Pacino infiamma la squadra di cui è allenatore è farina del sacco di Vince Lombardi, il più grande coach della storia dello sport americano, quello che dà il nome alla trofeo che alzano i vincitori del SuperBowl. L’avo nobile di Josè Mourinho, il fratello atlantico di Helenio Herrera. La data è il 26 dicembre 1960, il luogo è il Franklin Fields, le squadre i Philadelphia Eagles e i Green Bay Packers, la partita quella che cinquant’anni fa cambiò la faccia della Nfl. La miccia della rivoluzione che trasformò il fooball americano nello sport più seguito degli States e Lombardi in una leggenda.

Lombardi era nato nel 1913 a New York, figlio di un macellaio di origine napoletana che lo avrebbe voluto a bottega, e di donna Maria, che lo avrebbe voluto prete. Vincenziello però preferiva maneggiare un’ovale di cuoio sui prati di Sheepshead Bay, e ci riusciva tanto bene che il football finì per diventare il suo pane, il suo destino, la sua religione. Prima membro della “seven blocks of granite”, la rocciosa linea difensiva  della Fordham University, poi  professionista a 50 dollari la partita per i Wilmington Clippers. Infine allenatore. Anzi: l’Allenatore. Fisico tozzo, cappellaccio schiacciato sulla testa tosata a spazzola, occhiali e dentoni da nerd, cervello finissimo. Etica da sgobbone, fascino da conferenziere. Quelli che ti fanno sputare sangue in palestra, in campo, nella vita, e te lo fanno anche sembrare giusto. «Di coach che sanno scrivere uno schema alla lavagna ne trovi dozzine – sosteneva – i pochi che vincono sanno entrare dentro i loro giocatori e motivarli».

Perché, alla fine, non importa se lavori in un’azienza, governi una squadra o reggi un Paese. La prima legge che è sempre la stessa: «vincere non è la cosa più importante: è l’unica che conta. C’è chi lavora bene e chi lavora male, ma alla fine siamo giudicati tutti in base a un solo parametro: i risultati». Qualche anno alla Santa Cecilia High School di Englewood nel New Jersey, poi la Fordham University, il posto di allenatore dell’attacco di Army, la squadra dei cadetti di West Point, nel ’54 lo stesso ruolo ai Giants. Nel ’59 arriva a Green Bay, centomila anime sperdute nel Wisconsin, lo stato di Milwaukee e di Happy Days, nel profondo del Midwest americano. Ancora oggi, l’unica franchigia in tutto lo sport professionistico americano di proprietà non di qualche riccone più o meno scafato, ma di una comunità, la “Green Bay Football Corporation”, di fatto un azionariato popolare il cui board lavora gratis. Nessuno può possedere più di 200.000 azioni e in caso di vendita della della franchigia, per statuto, il ricavato dovrà essere utilizzato per la costruzione di un memoriale militare. L’unica squadra, oggi, che sfugge alla regola che impone alle franchigie della Lega di stabilirsi in una città con minimo un milione di abitanti. L’unica squadra che, allora, diede a Lombardi carta bianca su tutto.

Quel 26 dicembre Green Bay arrivò a un passo da battere gli Eagles nel Championship game della Nfl – il SuperBowl non era ancora stato inventato – ma finì sconfitto 17-13, sotterrato a 8 yarde dal sogno da un placcaggio mitologico di Chuck Bedanrik, “Charlie Cemento” per gli amici. «Lombardi era arrivato l’anno prima e tutti ci eravamo chiesti se fosse davvero l’uomo di cui avevamo bisogno», ha detto Jerry Kramer, uno dei “Packers” di quel giorno al Franklin Field. «Ricorderò sempre il discorso che ci fece dopo la partita con gli Eagles. “Non perderemo mai più un’altra finale”, ci disse. E così fu».Philadelphia ha dovuto aspettare mezzo secolo per vincere un nuovo titolo, i Green Bay e Lombardi dalla stegione seguente diventarono il brand sportivo del decennio: 5 titoli in 7 anni, compresi i primi due SuperBowl, un “triplete”  da sogno fra il 1965 e il ’67. Il football decollò con loro. «Molti datano il boom del football alla vittoria dei Colts sui Giants nel 1958», ha scritto il Philadelphia Inquirer. “Ma è più giusto attribuirlo a ciò che accadde nei dintorni di quel match del 1960».

Nel gennaio 1961 Pete Rozelle fu nominato Commissioner della Nfl. Pochi mesi dopo gli uffici della Lega furono trasferiti da Bala Cynwyd a New York, il Congresso degli Stati Uniti approvò una legge in barba all’antitrust che permetteva ai team di spartirsi equamente i diritti televisivi, Rozelle scucì 4.5 milioni di dollari alla Cbs per il campionato e 615 mila alla Nbc per la sola finale. Nel 1965 un sondaggio certificò ufficialmente che il football aveva superato il baseball come “passatempo nazionale” preferito dagli americani. Piantato in mezzo al boom, Vince. Con i suoi dentoni da sergente dei marine, la sua etica da cattolico-calvinista, il suo cappellaccio e le sue massime da libretto rosso del capitalismo. E i Green Bay Packers, guidati in campo da Burt Starr, il quarterback anti-glamour adorato da un’America che non aveva ancora conosciuto i Beatles, sapeva poco del Vietnam e sognava in bianco e nero.

«Nella sua essenza – ha scritto su Time l’analista politico Champ Clark – Il football è la Middle America allo stato grezzo. La Maggioranza Silenziosa al suo massimo livello di rumorosità, mentre si libera dalle frustrazioni assistendo eccitata allo spettacolo dello sport più popolare del Paese». Il termine “maggioranza silenziosa” fu usato per la prima volta da Richard Nixon, il Presidente che battezzò “operazione linebaker” una semina di mine anti-uomo in Vietnam e definì Lombardi “il santo patrono della Competizione Americana”. Nixon nel ’68 provò anche ad imbarcare il leggendario coach nella corsa alla Casa Bianca per i Repubblicani, solo per scoprire con raccapriccio che il cattolicissimo coach era un fervente democratico che nel 1960 aveva votato convinto per il suo defunto arcirivale John Fitzgerald Kennedy. Ma Nixon, il più perdente dei Presidenti Usa, non sarebbe mai potuto piacere all’uomo che sosteneva che «se vincere non è importante, perché mai nello sport tengono il punteggio?».

 

 

 

 

 

 

 

 

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