Signori, the Queue

queue wimbledon

La coda è ovunque in Gran Bretagna. E’ una questione innatamente sociale, ordinariamente metafisica. “Un inglese, anche se è da solo – ha scritto George Mikes –  forma una normale coda di una persona”. Ma The Queue, La Coda con la maiuscola, è solo a Wimbledon.

La bizzarra, arcaica parola si prununcia “chiù” e attraverso il francese deriva dal latino cauda. Nessuno, negli Stati Uniti, vi direbbe: “please, mind the queue”, ma più prosaicamente “stay on the line”. La linea è un concetto geometrico, la queue è una creatura, un organismo complesso e chiunque si trovi a camminare durante le due settimane dei Championships lungo Wimbledon Park Road e Church Road se ne accorge immediatamente. La vede, la annusa, la sente.

Se amate il tennis e non siete così fortunati da possedere un biglietto dovete affidarvi a lei, accampandovi oggi lungo il parco come una volta si faceva in strada, dormendo sotto una tenda con pila, maglioni, cerata, cuscino, un libro o la pagina 3 del Sun, una bottiglia di Pimm’s o una cassa di birra da dividere con gli altri sotto lo sguardo benevolo degli stewards, sperando che vi tocchi una notte calda e stellata e non una di quelle pioggerelline che possono trasformare qualsiasi lawn in una palude. Si stringono amicizie che durano una vita, in quelle ore di spensieratezza e follia.

Se volete essere certi di ottenere uno dei circa 1500 posti migliori che ogni giorno l’All England Club mette in vendita per il Centre Court, il campo N.1 o il N.2, dovrete passare lì la notte. Se vi accontentate di un ticket più modesto, uno dei 9000  ground che danno semplice accesso all’impianto, potete arrivare un po’ prima delle 6 di mattina, quando riapre la metropolitana e la Queue diventa un Tamigi di gitanti in bermuda e giacca a vento

Del resto è più di un secolo che la magnifica sagra celtica che si chiama Wimbledon, nata nel 1877, attira più spettatori di quanti ne possa contenere. Già in epoca edoardiana i Championships facevamo parte della Season, e sui marciapiedi di Worple Road, la prima sede del torneo, si allungava il biscione dei questuanti che rischiava di provocare intralci allo sferragliante traffico di inizio secolo. Nella bella mostra ospitata in questi giorni dal Wimbledon Museum e curata da Ashley Jones campeggia la foto di un baffuto bobby che, nel 1913, scruta la borsetta di una suffragetta, temendo di vederne uscire manifesti femministi, la miccia di una dimostrazione.

Nel 1922 Wimbledon si spostò nella attuale location di Church Road, nel 1927 durante il primo sabato si presentarono 22 mila spettatori  e  gli “Honorary Stewards”, i signori e le signore in giacca, cravatta e Stetson di paglia che ancora oggi governano e ordinano il flusso degli spettatori, iniziarono per la prima volta ad assistere il pubblico. L’anno dopo la Queue dei fan che speravano di strappare un tagliandino per gli stands, i vecchi posti in piedi sul Centre Court, iniziò alle 5 del mattino, e in 2000 restarono a mani vuote. La fotografia in bianco e nero che vedete in questa pagina risale invece al 1934 e inquadra la moltitudine dei british che dopo aver atteso tutta la notte si catapulta ordinatamente attraverso i cancelli per assistere alla finale giocata da Fred Perry – sì, quello delle magliette –, l’ultimo inglese capace di alzare la coppa a Church Road. A quei tempi era possibile, per chi non aveva tempo o pazienza, fare la coda per interposta persona: una foto del 1938 mostra una folla di sorridenti messenger boys, di piccoli fattorini gallonati con la bustina sulle 23 in attesa di conquistare un biglietto per la finale del 1937 fra Don Budge e Gottfried von Cramm. Altri tempi, altri riti.

Nel corso di settant’anni la Queue è stata irregimentate e regolamenta, sono stati aggiunti nuovi botteghini e studiati accorgimenti per rendere più confortevole l’attesa dei fan, che dagli anni ’70 in poi hanno iniziato a fare gara di originalità. Come i due tifosi di Roscoe Tanner che nel ’79 si presentarono in smoking, con due letti da campo e due cani, a cui però non fu concesso l’ingresso. Nel ’91, l’anno della grande pioggia in cui gli organizzatori furono costretti ad abolire il riposo della domenica di mezza, i biglietti costavano tutti 10 sterline e la coda si allungò per un miglio e mezzo. Le Queue, in realtà, fino a tre anni fa erano due: una da sud che discendeva da Wimbledon, una nord che saliva da Southfields. Nel 1998 la South Queue è stata spostata all’interno del campo da golf di Wimbledon, e tre anni fa è stata riunita alla North Queue. Da quest’anno la Lavazza, sponsor italiano del torneo, ha addirittura organizzato la distribuzione di mini-cappuccini, tornei di racquet-cup e tennis-croquet, persino una “Queue Lounge” dove ci si può ristorare con un espresso. I “codanti” sono ormai diventati una confraternita, con tanto di adesivo da indossare con orgoglio: “Ho fatto la Queue a Wimbledon”. C’è chi da vent’anni non se ne perde una, ma sei vuoi farne parte devi rispettare il regolamento. Non si può tenere il posto ad altri, né lasciare come segnaposto abiti o suppellettili, sono banditi i barbecue. Dopo le dieci di sera anche i giochi e ciascuno deve ritirarsi nella propria tenda (massimo due persone), se vuole sentire musica usare le cuffie. Chi prova a fare il furbo (“to jump the queue is not accettable and will be not tolerate”), è out con ignominia. Alle 7 e 30 gli stewards distribuiscono i braccialetti di tre diversi colori, uno per ciascuno dei tra campi principali. Poi restano un paio d’ore per farsi una doccia, bere un caffè e fiondarsi verso i botteghini che aprono alle 9. Facendo però attenzione ad avere pronti i contanti, perché le casse non accettano carte di credito, e a non portarsi bagagli di dimensioni superiori a 40x30x30 cm.

E chi rimane fuori? Non si deve scoraggiare, ma rimettersi in coda e aspettare – come fanno molti londinesi che escono dall’ufficio alle 5 del pomeriggio – di acquistare un biglietto riusato da chi se ne è andato in anticipo. Si può entrare fino alle 8 di sera, quando rimangono circa 60, 70 minuti di gioco e di luce. Wimbledon, in fondo, è una gran bel posto anche solo per passarci un’oretta con il naso per aria e lo sguardo perso nei prati. Come dice Sue Callaghan, codante dal 2001, “lascia il tuo cervello a casa, e corri a fare la coda Wimbledon”.

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