Shenje, il Tibet ai Giochi

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Qieyang Shenjie, segnatevi questo nome. E quello della prima tibetana che la Cina ha mai avuto il coraggio – la spudoratezza? la perfidia? l’astuzia? – di schierare alle Olimpiadi. A Londra ha vinto il bronzo nella 20 km di marcia, terza sulle orme di due russe, in fila dietro il record mondiale della ventenne Elena Lashmanova (1 ora 25 minuti e 2”) e le lacrime di Olga Kaniskina, che aveva dominato tutta la gara ma si è fatta piantare nel finale dalla collega, sette secondi di distacco e un dolore liquido e incontenibile finito in mondovisione.  Dietro quel mare, una montagna di silenzio e un volto indecifrabile anche (soprattutto) nei sorrisi:  come quello della nuotatrice Ye, dei fenomeni del trampolino o di quelli del tennis tavolo. Con una piccola ma enorme differenza, con un dettaglio geografico, storico, identitario che la sposta in maniera non trascurabile nella mappa dei Giochi.

Shenjie la “tibetana”, eccola la differenza. Non una rivoluzionaria, ovviamente, non una dei tanti che prima dei Giochi di Pechino si schierarono dalla parte dei monaci di Lhasa per protestare contro l’occupazione cinese del tetto del mondo. Atleti tibetani allora  chiesero di poter sfilare con la loro bandiera dentro il “bird nest”, il nido d’uccello destinato a celebrare il potere e la gloria dell’Impero celeste dello sport. Ma ovviamente non fu loro concessso. A Pechino si videro danzatori, attori tibetani infilati nei loro costumi tradizionali: illuminati dai Giochi, ma ridotti a folclore. Quattro anni dopo – quattro anni che hanno visto anche un nuovo focolaio di rivolta nel 2010 – il mondo distratto da altri disastri sembra aver messo fra parentesi la questione tibetana. E la Cina che ormai stabilmente insidia agli Usa il primato nel medagliere si sente tanto forte da mandare a Londra una tibetana di nascita, senza temere neppure tanto che si alzino sopraccigli, che qualcuno torni a farsi domande.

Shenjie del  “suo” Tibet non ha detto niente. Non una parola. Come del resto Li Na, la prima vincitrice cinese di un torneo dello Slam al Roland Garros del 2011, non aprì bocca sulle magagne del suo Paese, non pensò neppure per un attimo a schierarsi dalla parte dei giovani che a Pechino, Shanghai o Guangzhou si battono per una Cina meno granitica, più democratica. Li Na qualche mese dopo si fece scappare una frase biecamente “borghese”, molto odorosa di controrivoluzione, ma in fondo tollerabile nel lento e immane sisma economico e sociale che sta scuotendo il suo Paese: «io vinco per me stessa, non vinco per il mio Paese». L’individualismo è ammissibile, anche nell’ultimo grande universo formalmente comunista; quello che non si può invece proprio dire è che il Tibet non è Cina, che è un altro mondo, figlio di un’altra storia. Libertà economica, sì. Libertà e basta, no.

Shenjie prima delle Olimpiadi ha fatto anche degli stage dalle nostre parti, a Saluzzo, ma non fa parte del gruppo dei marciatori cinesi che Sandro Damilano sta curando. Solo degli stage, e non degli allenamenti veri e propri, ed è strano considerato che nell’anno Olimpico da Saluzzo sono passati tutti i cinesi, sia quelli affidati del tutto a Damilano sia quelli seguito da altri tecnici. Ma Shenjie appunto non è cinese, o diversamente cinese come forse vorrebbero descriverla i quadri di Pechino. E’ tibetana, ma non sappiamo ancora se realmente “normalizzata” o semplicemente silente, in attesa di conquistarsi con i risultati il diritto alla parola. Per ora l’abbiamo vista restare incollata alle russe, brava nel non attaccare senza criterio, tenace nel farsi staccare solo di 14 secondi. Una montagna leggera, che non crolla.

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