La guerra di Billie Jean

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Billie Jean ha sempre pensato in grande. «Ricordo un pomeriggio con mia madre, nella cucina della nostra casa di Long Beach. Avrò avuto cinque anni. Urlai che da grande sarei diventata la migliore di tutti in qualcosa, non importa cosa. Lei sorrise e continuò a pelare le patate. Certo, cara, mi disse, adesso però mangiati una mela». La storia iniziata in un tinello della California quasi sessant’anni fa, transitata attraverso 39 titoli del grande Slam fra singolo, doppio e doppio misto, 6 anni da numero uno del mondo, 17 fra le prime dieci, per ora si è conclusa con corsetta vagamente artritica, ma politicamente molto, molto corretta.

Le avevano appena intitolato il National Tennis Center di Flushing Meadows, una cosa grande 46 acri, con un centrale da 23.700 posti che porta il nome di un altro eroe dei diritti civili, il nero Arthur Ashe. E lei, la 63enne Billie Jean King, nel momento clou della cerimonia ha voluto prendersi un giro di campo, gli indici puntati agli spalti, i “cinque” rifilati alle prime file. Militari, bandiera, inno nazionale cantato da Diana Ross, fuochi d’artificio. Perchè gli americani avranno anche mille difetti, ma sanno coccolare benissimo i loro sogni. Specie quelli che si avverano.

Nessun altro impianto sportivo di questa importanza al mondo porta l’anagrafe di una donna, per giunta rompiscatole. Per giunta femminista. Per giunta lesbica. Per meritarsi l’inedito onore Billie Jean si è molto prodigata. A 17 anni, gli occhialetti da dattilografa montati sul viso da topino tignoso, ancora signorina Moffit, vinse il suo primo Wimbledon. Nel 1970, indignata per la differenza dei montepremi sfidò quel ganassa maschilista di Jack  Kramer e con altre sette suffragette, impegnandosi per la cifra simbolica di un dollaro, diede vita ad un circuito tutto rosa, sponsorizzato dalla Marlboro. Oggi si chiama Wta Tour. Nel 1973, all’Astrodome di Houston – 30.473 biglietti venduti, 40 milioni di americani incollati alla tv – battè il 55enne e finto “maiale sciovinista” Bobby Riggs nella “battaglia dei sessi”.

Il risultato del match , 6-4 6-3 6-3, finì stampato sulle magliette delle femministe, BJ, che nel frattempo si era sposata, fini dove secondo l’America benpensante non avrebbe dovuto: «la gente mi tirava dietro le monetine o mi eleggeva sul momento leader del movimento femminista. Non capivo più dove ero. Era tutto così complicato, e un giorno mi svegliai, e mi ritrovai nel letto di un’altra donna». La donna era una parrucchiera di nome Marilyn Barnett e minacciò di spifferare la relazione con Billie Jean per spillarle dei soldi. Ma la timida, ferrea ex-signorina Moffitt come al solito non scese a patti, e rese pubblica la faccenda in una storica conferenza stampa, fianco a fianco con il lievemente confuso Mister King. «Non mi sono mai sentita a mio agio fra la gente ‘normalmente sposata’. Ma neanche quando la gente ha iniziato a considerarmi una omosessuale: è solo un’altra etichetta».

Poi ha continuato a vincere – fino a 39 anni – a svezzare campionesse come la Navratilova (che insieme a Connors, McEnroe, Venus Williams, Chris Evert e al sindaco Bloomberg erano lì ad applaudirla la sera della cerimonia), a recitare da logorroico ma sempre più ammirato grillo parlante. Da ribelle ad monumento, traiettoria già vista. «Quello che volevo era che tutte le donne potessero godere dei loro diritti – ha scritto – Ma ci sono cose nel femminismo che mi ricordano l’intolleranza delle religioni». Del tennis dice: «Giocatelo tutti, perché è uno sport per bambini e anziani, donne e uomini, super atleti e disabili. E soprattutto perché ci si diverte da matti».

 

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