L’ultima apnea di Mayol

Mayol

La depressione segue strani sentieri, e allora diventa facile, e amaro, notare come forse con un soprassalto di macabra ironia Jacques Mayol, l’uomo-delfino che ha speso una vita cercando di scendere sempre più in profondità, anche dentro se stesso, per morire abbia scelto di salire in alto, di appendersi ad una trave.

Francese atipico, giramondo, nato nel 1927 in Cina, Jacques Mayol è stato molte cose: sportivo, filosofo sui generis, guru delle immersioni, scrittore, sceneggiatore, recordman. Gli italiani lo ricordano per la battaglia, lunga 10 anni, ingaggiata con Enzo Maiorca a colpi di record mondiali di immersione in apnea, di discese sempre più “no limits”, all’ultimo respiro, nell’Everest rovesciato degli abissi. Il suo primo record risale al 1966, quando nel mare incantato delle Bahamas raggiunse quota – 60, scendendo un metro più in basso del polinesiano Teteke Williams. Maiorca aveva messo il suo primo sigillo nel 1960 a Siracusa, con 45 metri, e nel corso degli anni 60 e 70 l’italiano e il sicialino si sfidarono ripetutamente, strappandosi il titolo fino al 1974, quando Maiorca fu per l’ultima primo con 87 metri. A Mayol, proprio all’Isola d’Elba, dove decise poi di vivere, riuscì l’immersione-simbolo, quella che lo portò oltre il totemico “muro” dei 100 metri – 101 per la precisione – nel 1976, superata poi nell’83, quando Mayol aveva già 56 anni – di altri 3 metri, prima che un’altra italiana, Angela Bandini lo detronizzasse defitivamente nel 1989.

Ma sarebbe riduttivo rinchiudere Mayol in una gabbia di cifre e di primati. Per lui, che si era innamorato della profondità lavorando in gioventù nell’acquario di Miami e sviluppando una autentica amicizia con un delfino femmina chiamato Crown, l’apnea era una dimensione esistenziale prima ancora che sportiva. Dividendo ore e ore in acqua con Crown, sfidando le regole dell’acquario, Mayol imparò come resistere  per lunghissimi periodi senza respirare e come conservare l’energia sott’acqua. «Per trattenere il respiro più a lungo – diceva – anche se può sembrare paradossale, è meglio non pensare assolutamente a trattenerlo. Bisogna imparare a farlo senza pensarci, bisogna diventare tutt’uno con l’atto del non-respiro».

Per riuscirci Mayol sperimentò a lungo le tecniche dello yoga, soggiornando per un periodo anche in Giappone (da dove era fra l’altro rientrato tre mesi fa), collaborando con molte aziende nello sviluppo delle attrezzature, inseguendo una ancestrale dimensione acquatica dell’uomo che sintetizzò in un libro pubblicato nel 1983 e dal titolo emblematico: “Homo Delphinus – il Delfino dentro l’uomo”. Con il termine homo delphinus Mayol indicava gli uomini pesce che, come lui, sanno mantenere un contatto profondo con le origini acquatiche della vita sulla Terra, che amano l’oceano e si impegnano per mantenerlo puro e incontaminato. Una copia di quel libro, con una dedica-simbolo, aveva regalato anche all’attuale recordman, al suo erede italiano Umberto Pellizzari, capace di scendere in assetto variabile fino a -131 metri.

Mayol credeva che nel giro di un paio di generazioni la strada che lui aveva aperto insieme a Maiorca, e che in pochi anni aveva portato a raddoppiare il record di immersione, sarebbe stata seguita da altri atleti, altri filosofi-subacquei che grazie alle tecniche di controllo del respiro e a un raffinato training autogeno sarebbero facilmente arrivati fino a 200 metri, trattenendo il respiro anche per 10 minuti. A lui, al suo duello con Maiorca, si ispirò nell’88 anche il regista francese Luc Besson per il film “Il Grande blu”, con Jean Renò nella parte del rivale siciliano, al quale Mayol collaborò stendendo parte della sceneggiatura. Superati i 70 anni Mayol, sorridente ma schivo, con l’alito perennemente “aromatizzato” dall’aglio – alimento salutista per antonomasia – si immergeva ancora, all’Elba oppure nelle acque caraibiche delle isole Caicos, sfiorando i 50 metri di profondità.

Continuava a progettare e tenere corsi di immersione, in Florida e all’Elba, a insegnare con la sua zazzera grigia, gli occhi acuti da santone laico, l’amore per il continente sommerso che abita, prima che fuori, dentro di noi. Ma negli ultimi tempi si sentiva stanco, solo. La depressione, di cui soffriva, forse il timore di non poter più scendere sotto il pelo dell’acqua, lo ha convinto ad allungare all’infinito l’ultima apnea.

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