Il segno di Zoeggeler

 

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Lo slittino è quella cosa che sta in una parola facile, quasi infantile, che tutti pensiamo di saper fare, che tutti abbiamo fatto almeno una volta, cuccioli nella neve. Due pattini sotto una tavola, giù per la montagnetta, se si cade che importa. Piccola slitta. Mica è la Ferrari di Schumacher, no? No, invece.  Invece lo slittino, mettiamo che ti chiami Armin Zoeggeler e la velocità ce l’hai scritta nel destino, è quella cosa che ci monti sopra da piccolo, sì, ma poi ci cresci dentro e allora diventa una cosa seria, professionale, difficile da migliorare. Roba di millesimi di secondo, di studi, di fatiche che se ben sopportate, se ben calibrate ti portano diritto nella storia, anche se quella con laminuscola, quella dello sport. Armin Zoeggeler, ovvero 10 titoli in Coppa del Mondo, 5 medaglie Olimpiche (2 ori) , 6 medaglie d’oro  ai Mondiali, un oro agli Europei, più una valigia di altri titoli nazionali e juniores.

Il maresciallo dei carabinieri di Merano è la nostra certezza , uno di quelli che valgono la puntata. Profilo severo, parole poche e fatti tanti, Zoeggeler ha iniziato da bambino con lo slittino naturale, a Foiana, che in tedesco si dice Vollen e di quella follia è una culla, un santuario. Manche lunghe, 3 o 4 minuti di respiri tesi, che bruciano in gola sulle provinciali ghiacciate, palestre per ragazzini intrepidi. Da adolescente è passato a sui budelli artificiali, ha iniziato a sfidare lo strapotere tedesco. Si è inserito in una tradizione italiana di nomi difficili da pronunciare, cresciuti nelle valli altoatesine e comunque in posti dove la frontiera è vicina e l’avversario, lo straniero, magari si chiama come te. Perché lo slittino è sport da freddi con il fuoco dentro, gente che sa rischiare ma anche pesare il coraggio, limare i gesti con infinita, montanara pazienza. Voli a 120, 130 all’ora in un intestino di gelo bianco, freni con i talloni, ti giochi vittoria e ossa spostando grammi sdraiato sulla schiena, cellofanato nell’aria. Contano i materiali, certo, ma anche la capacità di addomesticare i muscoli ai gesti migliori in quel pugno di secondi in cui, facendo “i pinguini”, ti dai la spinta per partire. Questione di millesimi, che poi nel budello accelerato si moltiplicano, diventano l’abisso minimale ma cruciale che separa vittoria e delusione amara. Spazio per l’errore, per la bravata: nessuno.

Lo slittino, come sport, è nato nell’800 in Norvegia, anche se sono rimaste tracce di discese organizzate sulle colline russe, attorno a San Pietroburgo, già nel XVII secolo. La prima gara vera risale al 1883, a Davos, in Svizzera, 21 pazzi al via. Nel 1955 i primi Campionati del Mondo, nel 1964 il debutto olimpico, a Innsbruck. La prima medaglia italiana arrivò nel 1968, con il bronzo di Haussendorfer e Mair nel biposto a Grenoble. Quattro anni dopo fu oro, con Paul Hildegartner e Walter Plaikner, e Hildegartner – campione supremo, artista della zavorra –  vinse poi l’oro individuale anche a Sarajevo. Anche fra le ragazze l’Italia ha una tradizione che vale la pena ricordare, da Erica Leichner – ora a Grenoble nel singolo – a Gerda Weissensteiner, fino ad arrivare ad Anastasjia Antonova, signora Oberstolz, che con lo stemmone italiano cucito addosso ha interrotto l’incredibile monopolio delle valchirie, che dal 1996 avevano fatto della Coppa del Mondo un territorio solo tedesco.

Altri nomi: Peter Gschnitzer, Karl Brunner (che vinse un mondiale), Hansjorg Raffl, Norbert Huber. Storie di dinastie, di campioni che resistono come Wilfried Huber. E in fondo al budello lui, Re Armin, uno che in Germania o in Austria sarebbe una leggenda e da noi, come capita in tanti altri sport “minori”, è una bandiera sì, ma di quelle che si sventolano una volta ogni quattro anni, al ripetersi del miracolo. Poi il premio, per l’uomo che ama la velocità e il ghiaccio, che ammira Schumacher  e sogna di comprarsi una Porsche, che appena si rialza dalla slitta sale su uno snowboard o in motocicletta, è una lunga vacanza lenta. In qualche posto dei Caraibi, insieme alla moglie, ai figli Nina e Thoma. Sbattuto sulla spiaggia. Fermo. Sopra un’acqua finalmente liquida e calda.

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