Solo i cattivi vincono?

ivan-lendl-2010

Lo slogan di una vecchia pubblicità italiana, almeno secondo Ivan Lendl, si addice al tennis. Sul campo da gioco sono sempre tempi duri, per i troppo buoni.

Guai a mostrarsi troppo gentili, troppo amichevoli. Se perdere è un peccato veniale, perdere senza cattiveria è peccato mortale. Ivan del resto non era soprannominato a caso “il Terribile”, quando giocava. Ora che fa l’allenatore di successo a fianco di Andy Murray non ha cambiato idea. Anzi.

«A volte penso che Andy sia troppo buono», ha detto in una recente intervista. «Il modo in cui giochi in partita non può essere diverso dal modo in cui giochi in allenamento, o almeno io non credo sia possibile. Andy sa benissimo cosa voglio, durante una certa sessione di allenamento. Voglio che chiuda il colpo senza pietà, e non importa se significa tirarlo in un angolo del campo o nelle palle (oh yes!) dell’avversario, l’importante è che sia chiuso definitivamente». Come tirocinante della ferocia l’anno scorso Andy ha fatto qualche progresso – che insieme alla preparazione fisica e al talento innato gli è valso un oro alle Olimpiadi e il primo Slam della sua carriera – ma è vero che un filo di cattiveria ancora gli manca. Ci sono occasione in cui Murray ancora non è capace di ammazzare il match come dovrebbe. O come avrebbero fatto Lendl, Connors, McEnroe – tanto per citare tre campioni che in campo non provavano pietà per nessuno. Basta pensare alla finale di Wimbledon, quando un game giocato troppo mollemente forse gli è costato un trionfo epico, o la finale di Shanghai, persa contro Djokovic nonostante 5 matchpoint a favore.

Intendiamoci: il titolare di questo blog ha grandissima ammirazione e assoluto rispetto per gli autentici sportsmen, per chi sul campo si sa comportare in modo corretto e leale in qualsiasi occasione. Ma la cattioveria di cui stiamo parlando è cattiveria agonistica, non ferocia gratuita. Un cocktail fatto di una robusta dose di egocentrismo, due di grinta, e tre di ignoranza: intesa come incapacità di definire i propri limiti sportivi. Chi non è convinto di poter diventare n.1 fin da piccolo raramente lo diventa da grande. Djokovic aveva prenotato il trono già quando aveva sei anni, Federer da adolescente non sopportava perdere – proprio come John McEnroe. E le Williams sisters, grazie anche alla propaganda paterna, erano probabilmente convinte di essere le migliori già nella pancia di mamma Oracene.

Un grande giocatore come David Ferrer, ragazzo intelligente di immenso cuore e rispettosissimo dei suoi avversari, i suoi difetti invece li vede fin troppo bene. «Non avrei meritato di finire l’anno al quarto posto davanti a Nadal», ha dichiarato, credo interpretando un sentimento condiviso da molti. Ma il punto qui non è la sua onestà, ma la capacità del numero 1 nato di ignorare non la realtà, ma il realisto, per puntare diritto all’ideale. Ricordo Francesca Schiavone che, dopo una sconfitta bruciante agli Us Open, ebbe il coraggio, la sfrontatezza, di insistere nella sua visione. «un giorno vi stupirò vincendo un Slam». Ha avuto ragione lei, contro tutte (o quasi) le previsioni. Mai essere troppo teneri, quando si punta all’eccellenza. Soprattutto con se stessi. Digrigna, Andy, dai retta a Ivan. Incattivisciti un po’.

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